sabato 30 maggio 2015

Some people

Eccoci qui. Ci ritroviamo di nuovo a raccontare l'ennesima "amicizia" che va a ramengo, ma lascerei da parte la "cronaca" che si ridurrebbe ad una serie di (lunghi) messaggi scambiati mentre facevo la spesa al supermercato con un crescendo di stupore e di indignazione, di aggressività e di mancanza di rispetto dall'altra, avvenimenti di mesi fa rinfacciati e rigirati con un senso di "tradimento" e di "delusione" che poi in realtà mal celava la ferita di essere messi un po' nell'angolo. 
Quello che ravviso, in questo episodio, sono due elementi che sono i più significativi.
Il primo è che colgo, nelle parole della persona che mi si è scagliata contro, una nebbia di infelicità di fondo. Non riesco a non pensare che - se da una parte io ho evidentemente procurato queste sensazioni così negative qualche cosa devo aver (mio malgrado) fatto per sortire un effetto così importante - dall'altra forse il presupposto è una radicale insoddisfazione, un equilibrio sofferto e forse mai raggiunto.
L'altra riflessione, nata su un confronto con mio marito, è che le persone (tre) con cui abbiamo avuto seri problemi di relazione negli ultimi dieci anni, dopo lunghi periodi di amicizia (non così profonda, in verità) sono persone "credenti", ma non nel senso che io intendo (cioè caritatevoli, dedite al prossimo, fedeli a Cristo e inclini ad essere buone e tolleranti), ma nel senso di moralmente rigide, represse, fortemente influenzate da una cultura che alla fine è più una subcultura laica di intento castrante, che non cattolica.
Queste due cose non mi fanno pensare che "noi abbiamo ragione e loro torto" ma che mi sconcerta è la sensazione (fortunamente capita di rado) di trovarmi di fronte ad un interlocutore che è sordo al confronto, a condividere tutte quelle differenze che ci rendono unici e che ritengo quasi sempre arricchenti. Ma probabilmente, come in questo caso, diventano incolmabili e così queste persone diventano "incompatibili" con noi, per gusti, carattere, spinta al successo o modello educativo.
Un'occasione persa per crescere e riflettere, un momento giusto per abbandonare qualcuno che non ci da più nulla.

giovedì 28 maggio 2015

Doing things alone

E' stato pubblicato un articolo sul "Washington Post" in cui si parla di uno studio in cui viene descritta una ricerca che si occupa di attività che le persone compiono da sole. Le persone sembra che sottovalutino costantemente quanto si divertirebbero a guardare uno spettacolo, andare a un museo, a teatro, o al ristorante da soli. Questa interpretazione sbagliata, dice Ratner, sta diventando sempre più problematica perché le persone passano più tempo al lavoro, si sposano più tardi, e si ritrovano con brandelli di tempo libero sempre più brevi.
Le conclusioni derivano da cinque esperimenti separati. In quattro di loro, le ricercatrici hanno chiesto ai volontari se preferiscono fare alcune attività da soli o insieme ad altri. Nel quinto esperimento Ratner e Hamilton hanno verificato se le persone di divertono effettivamente di più o di meno a visitare una galleria d’arte in compagnia degli altri o da sole. Hanno scoperto che le persone pensano di divertirsi meno da sole ma in realtà tendono a divertirsi allo stesso modo sia da soli che in compagnia. «Quando confronti un’esperienza che è molto simile se fatta con o senza qualcuno, come visitare un museo o andare al cinema, viene fuori che non c’è grande differenza nel piacere che se ne trae», spiega Hamilton. «Andare al ristorante è un’altra cosa, perché lì c’è in più la conversazione, ma ciò non toglie che anche andarci da soli possa essere un’esperienza piacevole».
La questione infatti non è se ci divertiremo di più facendo qualcosa con gli amici piuttosto che da che soli, ma riguarda invece quelle volte in cui non abbiamo nessuno con cui andare al cinema o mangiare in un ristorante, e ci sentiamo a disagio a farlo da soli anche se sappiamo che probabilmente passeremmo un momento piacevole. «Il punto è che ci perdiamo un bel po’ di divertimento», dice Ratner. «Lo facciamo tutti». Perché? Secondo Ratner il motivo è che ci sentiamo «esageratamente a disagio». «Siamo convinti che non ci divertiremmo perché siamo preoccupati di quello che penseranno gli altri a vederci da soli», dice Ratner. «Finisce che rimaniamo a casa invece di uscire perché abbiamo paura che gli altri penseranno che siamo degli sfigati».
Ma gli altri, in realtà, non perdono tempo a giudicarci o a preoccuparsi dei fatti nostri. Non se ne curano quasi per niente, a dire il vero. Ci sono molte ricerche che dimostrano quanto costantemente e regolarmente esageriamo l’interesse degli altri verso di noi. Il fenomeno è ben conosciuto e in psicologia ha anche un nome: l’effetto riflettore. Viviamo convinti che un faro ci illumini costantemente attirando su di noi le attenzioni degli altri: sulla metropolitana, al ristorante, in palestra. Uno studio del 2000 condotto da Thomas Gilovich ha scoperto che le persone modificano regolarmente il loro comportamento in base alla prospettiva degli altri, anche se le loro azioni non vengono notate per niente. Da allora molte altre ricerche hanno confermato l’esistenza di un modello di pensiero egocentrico che distorce il modo in cui ci comportiamo. «Il modo migliore per liberare le persone dall’imbarazzo è convincerle che non c’è niente di male a fare qualcosa per piacere, anche da soli», dice Hamilton.
Io, devo dire, che sto bene in compagnia di me stessa e raramente mi succede di annoiarmi.
Un po' non ne ho il tempo, un po' ho sempre qualcosa che voglio fare e che mi piace fare.
Devo anche dire che mi piace stare con la mia famiglia, con mio marito e con mio figlio, mi piace incontrare gli altri miei familiari, stare con amici, mi piace anche conoscere persone nuove ma amo molto anche fare delle cose da sola: fare colazione da sola, correre da sola, andare al cinema o in montagna.
Non sento il bisogno di farlo necessariamente con qualcuno nè questo accresce la mia gratificazione.
Anzi devo dire che vi sono delle attività che preferisco proprio fare da sola e non mi sento - per questo - nè giudicata nè osservata. Anzi, a volte, ho il sospetto che possono essere considerata troppo indipendente... ma questo è un altro discorso.

Transgender.. loved

The Whittington Family: Ryland's Story - Video Dailymotion

L'aspetto più tenero di questa storia, al di là della cronaca, della storia di un bimbo che nasce bimba e poi  manifesta problemi di udito, superati poi con l'uso di tecnologia e di sostegno psicologico, al di là della cronaca di una bimba che dichiara "I AM A BOY" a chiare lettere, mi è piaciuto molto l'atteggiamento di questi due saggi genitori.
La coppia, dopo un iniziale e comprensibile momento di confusione, ha deciso di ascoltare la loro bimba e decidere che - tra l'avere una bimba infelice ma accettata senza problemi dalla società - hanno preferito avere un bimbo felice e provare così ad educare gli altri ad un atteggiamento di maggiore accettazione e flessibilità.
Non facile, certamente, ma questi genitori mi hanno veramente colpito per il loro coraggio e il loro profondo amore.

Paula Cooper

Paula Cooper era stata condannata a morte nel 1985, appena quindicenne, per l’omicidio – insieme a tre compagne di scuola – di un’insegnante di catechismo, la 78enne Ruth Pelke.
Nonostante Paula sembra che capì presto l’orrore del suo gesto le altre tre si allearono e in cambio di una condanna alla prigone anzichè al boia, dettero tutta la colpa a lei.
Fu grazie agli sforzi di due giovani avvocati, Bill Touchette e Monica Foster, che Paula fu salvata dall’esecuzione.
Ma ci fu anche – e fu decisivo per convincere il governatore a cambiare la condanna a morte in 60 anni di detenzione - un grande impegno dell’opinione pubblica italiana e del Papa, Giovanni Paolo II.
Ricordo che l'eco che provocò questa notizia.

All'epoca ero molto attiva nel gruppo locale di Amnesty International e una delle aree di maggior impegno era quella della moratoria contro la pena di morte. Andavo anche nelle scuole a parlare dell'inutilità della pena di morte, per quanto sentivo  anche - dentro di me - l'eco di quanto sarei stata capace di rimanere salda nelle mie convinzioni se la tragedia di un omicidio mi avesse personalmente toccato.

Non ebbe dubbi però il nipotedi Ruth, la vecchia signora uccisa da Paula e dalle amiche, che la perdonò (pare che ebbe una visione di Gesù Cristo che gli diceva di perdonarle) e che fondò anche un'associazione, "Journey of Hope" per aiutare l'impegno ad eliminare la pena di morte e Paula, grata del perdono e sulla via della riabilitazione, promise che lo avrebbe aiutato.

Paula finì così in prigione, condannata a 60 anni, che si sono ridotti a 30 per buona condotta. Certo, i primi anni in carcere furono difficili. La ragazzina non riusciva ad adattarsi, a obbedire.

Poi fu proprio lei a chiedere il trasferimento in una prigione di “alta severità”.
E qui, obbligata a seguire un regime preciso, senza concessioni a capricci o disubbidienze, trovò la sua strada: imparò a cucinare e si diplomò come infermiera e  raccontò che intendeva diventare cuoca, una volta fuori, che le piaceva cucinare per gli altri.
Era uscita di prigione due anni fa.
Fra pochi mesi la sua libertà condizionata sarebbe finita. Aveva promesso di girare gli Stati Uniti per parlare ai giovani e spiegare come il crimine non paghi, come ci sia sempre la possibilità di “seguire una strada giusta”.
 Ma Paula Cooper ha gettato la spugna.
A soli 45 anni ha deciso di porre fine alla sua vita con un colpo di rivoltella alla testa. La polizia l’ha trovata davanti alla residenza in cui viveva ad Indianapolis, la mattina di martedì.
Probabilmente non sapremo mai cosa sia accaduto, nella mente di Paula, da indurla, proprio nel momento in cui stava tornando ad essere libera, a togliersi la vita e condannarsi al silenzio.
Forse, ma è un azzardo, è stata proprio l'approssimarsi della libertà a spaventarla. Dopo tanti anni trascorsi in una struttura che ti contiene e ti indica, è sempre molto difficile riabituarsi alla "libertà".
Proprio oggi un paziente, sottoposto ad arresti domiciliari, mi dice: "mi sento più libero qui in struttura che fuori". Si aprono mille riflessioni ma Paula, che ha aiutato il mondo intero a creare una crepa in quel muro di convinzioni molto americane che la pena di morte sia un dissuasore a commettere reati, non potrà più dire cosa pensa della propria vita, perchè quando sembrava che avesse una second chance, ha fatto quello che allo stato ha chiesto di non fare.
Una storia molto triste.

martedì 26 maggio 2015

Couples

Ieri mi ha telefonato un'amica per un "problema di coppia" e oggi, di nuovo, un'altra amica per un problema similare. Mi ha fatto riflettere sia la contingenza delle due telefonate con due amiche che non si conoscono, che abitano distanti e che sono diverse tra loro e la somiglianza del problema di cui mi hanno parlato che fondamentalmente posso riassumere con: la comunicazione di coppia.
La mia idea è, che si tratti di una coppia "giovane" che di una coppia di più lungo "corso", che una relazione tra due persone è sana se non è drammatica, abusiva o di dipendenza e se non crea un'altalena emotiva. E' fondamentale sentirsi emotivamente sicuri, all'interno della coppia, desiderare stare insieme fisicamente ed emotivamente, con carattere di reciprocità.
Il confronto, in una coppia "sana" non viene evitato ma affrontato e gestito.
In una coppia sana, la relazione è basata sul reciproco rispetto, che vuol dire sia evitare atteggiamenti e comunicazioni offensive, basate sul giudizio o svalutazione, ma anche rispettare ciò che uno è e non sentirsi modificati dalla relazione.
Mi piace pensare che il mio compagno in qualche modo "tira fuori il meglio di me" perchè una relazione d'amore è uno specchio su cui vediamo gli aspetti più belli di noi stessi, ma è anche un vetro che ci consente di entrare in comunicazione con l'altro.
Un'amica si sente un po' appiattita e poco valorizzata, l'altra si sente non rispettata e non amata, io suggerisco sempre, comunque, uno spazio di comunicazione, laddove figli, lavoro, animali o amici tendono a creare interferenza. Si può comunicare in tanti modi, fisicamente e con le parole. Ma quando cala il silenzio, diventa tutto più sofferto e più difficile.
Un'amica sta cercando se stessa, dopo anni di spostamenti e di avventure, l'altra sta perdendo un po' se stessa, dopo un recente brutto episodio che l'ha portata a fare delle scelte difficili.
I cambiamenti sono sempre, anche nel loro carattere positivo, degli scossoni alla quotidanità, che vanno affrontati e superati. 
Mi chiedo quanto sono capace anche io, di ritrovarmi sempre, nella mia dimensione di coppia?
In questo periodo così faticoso, con l'operazione del cucciolo, la suocera sempre in casa, il lavoro che incalza, ci siamo un pochino persi, nella nostra vita di coppia, mi sono persa anche un po' io.
Periodi che arrivano e che passano e che non devono mai lasciare strascichi ma solo la voglia di ricominciare là dove si è interrotto, dove ci si ricorda che ci si è sentiti davvero felici, sereni, contenti.
Ho fatto un corso questo week end in cui ci è stato proposto l'esercizio del sorriso interiore. Com'è stato difficile! Eppure... utilissimo. Provateci. Sorridete, leggermente, concentrandovi sulla sensazione. Anche se non ne avete voglia. Anche se vi sentite sole, inadeguate, annoiate.
Un momento per noi, un sorriso rivolto a noi stessi e anche - perchè no - agli altri.



giovedì 21 maggio 2015

complicated

Mentre tenevo saldamente il volante della panda gialla di mamma, correndo in macchina sotto la pioggia per tornare al lavoro dall'ospedale, pensavo a quanto sono brava a complicarmi la vita... a cominciare dalla questione del cucciolo, operato e dimesso. Tra parentesi, una "cosetta" di mezz'ora è diventata quattro giorni in ospedale... l'operazione è andata bene però vabbeh c'è un po' di "stupore" al viso, l'anestesia è passata però è rimasto agitato. Il medico è stato bravo, però, ha fatto quello che doveva nel modo in cui (mi pare) doveva. Persona interessante, curiosa, sebbene un tantino maschilista forse. Ma esistono ancora, i maschilisti, oggi?
La vita complicata, dicevamo. E' stata operata all'anca la mamma, è stata dimessa e se mi sembrava un tantino macchiavellica la permanenza in ospedale, la dimissione si è rivelata anche peggiore: la sua spesa da fare, aiutarla a fare la doccia, infilarle le calze antitrombo (avete presente??), prepararle frutta e verdura e quant'altro. Poi l'amica che purtroppo si trova in una situazione complessa e deve essere aiutata a fare un'interruzione di gravidanza e non può dire niente al marito (ha scelto di non dire niente al marito) e quindi oggi su e giù per l'ospedale (appunto).
Quindi, nelle ore che mi restano del pomeriggio devo: finire di scrivere una relazione per il lavoro, andare in ospedale a confortare la mia amica, trovare il tempo di portare mio marito a riportare la macchina a nolleggio e poi andare a fare la doccia a mia mamma, andare di nuovo in ospedale per riportare la mia amica a casa, "ufficialmente" con me in giro tutto il giorno, tornare a casa mia e ricordarmi che è importante che passo del tempo di qualità con mio figlio... ma come faccio a complicarmi la vita così? Secondo me è un talento. Di quale utilità, non saprei. Le cose semplici, lineari, sembra che non mi attirino. Per esempio, mi piace cucinare, va bene, però ogni volta che facciamo la riunione coi colleghi DEVO portare dei biscotti fatti in casa se no... se no cosa?
Se no se li comprino! Domani mattina sono di riposo però no, decido che vado a donare il sangue che mi han chiamato che han bisogno urgentemente, poi magari vado a correre e a fare altre cose, poi troverò sicuramente qualche altra cosa che devo fare.
Ma perchè sono fatta così?!


mercoledì 13 maggio 2015

STRESSED

Mi sento l'ansia.
ANSIA. A N S I A. ansia. ansiaaaaa. ansia. a n s i a. L'ansia è uno stato psichico, prevalentemente cosciente, di un individuo caratterizzato da una sensazione di preoccupazione o paura, più o meno intensa e duratura, che può essere connessa o meno a uno stimolo specifico immediatamente individuabile (interno o esterno) ovvero una mancata risposta di adattamento dell'organismo a una qualunque determinata e soggettiva fonte di stress per l'individuo stesso. (da "wikipedia")
Si, più o meno questa roba qui.
Non so perchè, la mia psiche non me lo sa dire, ma è più o meno la stessa ansia che provo da quanto mi han detto, esattamente una settimana fa: "la chiamo per l'operazione di... si è liberato un posto venerdì". Ecco, ci siamo, mi sono detta. Tutto passato, l'operazioncina del menga è diventata 3 giorni in ospedale ma è passato. Siamo tornati a casa da Lunedì. Lui ha la sua benda, sta bene, domani controllino. E' molto nervoso, un po' aggressivo, è vero, probabilmente è l'anestesia. Ci va un po' a smaltirla. Ha la boccuccia storta ma probabilmente sono i nervi un po' stressati, ci va un po' a recuperarli. Ma allora che c'è? Faccio sogni strani, anche molto violenti, aggressivi, che mi turbano molto. E oggi: ANSIA. Lo stomaco chiuso.
Forse devo smaltire anche io l'anestesia...

mercoledì 6 maggio 2015

2 Days to D-DAY

Alla fine ci siamo, il momento è arrivato. Ieri, mentre ero al McDonald's a rimpinzare mio figlio e uno dei miei nipoti (entrambi a casa per lo sciopero della scuola) con grassi polinsaturi e altre bontà, mi è arrivata la telefonata attesa e temuta dall'ospedale di Novara. "Si è liberato un posto venerdì, se per lei andasse bene...". Un'inatesa calma mi ha pervaso, mentre osservavo prima il numero di telefono del chiamante, mi spostavo di qualche metro per poter parlare in silenzio, rispondevo all'infermiera che mi stava chiedendo la disponibilità a portare mio figlio in ospedale per l'operazione. Ho concordato data e ora, ho concluso la telefonata, ho guardato i miei nipoti giocare allegramente e ho sentito questo senso di "zen"interiore che mi ha sorpreso e compiaciuto. Più tardi, però, quando sono andata a riportare mio nipote a casa sua e ho comunicato a mia cognata la data dell'operazione mi sono sentita invadere una sensazione di agitazione e ansia. In serata, quando mio figlio dormiva a letto, è rientrato a casa mio marito, l'ho abbracciato forte e ho sentito le lacrime che mi scendevano sul viso.

"Hey, mi ha detto, che c'è? Stai tranquilla, andrà tutto bene, non agitarti....".

La realtà è che sono divisa in due, una parte di me, razionale, è tranquilla e consapevole di quello che si affronterà, dell'entità dell'intervento che è comunque abbastanza lieve, di quanto poi succederà nei giorni successivi e un'altra parte di me che è tutta depositata nella pancia, nella forma di una meteora di emozioni che comprime il bacino e compromette la mia capacità digestiva, respiratoria, il flusso di pensieri.

Nel bacino lui è cresciuto per tanti mesi e lì lo sento quando ride ed è felice e nella mia pancia è come se ci fosse una piccola rondine che danza. Nel bacino si depositano i sassolini delle preoccupazioni quotidiane, ma anche di quei momenti in cui percepisco il suo malessere fisico, mentale. Le emozioni sono tutta pancia ma poi creano un movimento diffuso fatto di movimenti estensori continui.
Come faccio a spiegare meglio di così una cosa che è talmente naturale da essere inevitabile?
Posso provare a controllarlo meglio che posso ma non è detto che ci riesco. Non sempre.
Posso provare a razionalizzare ma in alcuni momenti il senso di "impotenza" può essere più forte.
Un figlio è sangue, pelle, ossa, viscere che vengono dalle tue, e un pezzo di te cammina per le strade del mondo, in lui.
Il riverbero che si crea tra le une e le altre è inevitabile e per quanto possa razionalizzarle non saranno mai del tutto annullate. Questo vuol dire essere mamma. Vuol dire avere le vele spiegate per poterlo portare nel mondo e uno scafo grande per poter sopportare ogni marea.
Andrà tutto bene. Andrà tutto bene. Andrà tutto bene.
Andrà tutto bene, mi ripeto, anche se ora la mia pancia è sorda.