martedì 27 luglio 2021

Ensō (円相)

Questo piccolo e umile blog è nato con l'intenzione di lasciare traccia della vita nella mia famiglia, con il mio piccolo, con mio marito, rispetto anche ad episodi o notizie che mi hanno colpito e fatto riflettere. Mi è sempre piaciuto scrivere qui, buttare giù riflessioni e consapevolezze, ammiccare ad una prospettiva attesa o addolcirmi ad un ricordo passato. Mi piace, ogni tanto, rileggere riflessioni e post dell'anno prima, nel medesimo periodo, ritrovare, nelle mie parole. tracce di un percorso. 

Mi accorgo però che sono otto mesi che non scrivo assolutamente nulla. Ho finito le parole? Ho esaurito le cose da dire di me, della mia vita, della mia famiglia? Cos'è successo? 

Sono circa 10 mesi che non lavoro, ho concluso un ciclo della mia vita lavorativa, lungo, a tratti faticoso e frustrante, per altri versi molto interessante, perché l'ambiente, il tipo di lavoro, i colleghi, tutto si stava trasformando in una maniera per me irriconoscibile e inaccettabile. 

Sono 16 mesi che stiamo vivendo pressoché in tutto il mondo una follia ipnotica e sociale, un capovolgimento totale di ogni punto di riferimento, ogni visione di salvezza emotiva e psicologica.

Osservo il mondo attorno a me e lo sento risuonare dentro di me, colgo da un lato un'ondata di solidarietà, la voglia di condividere e costruire nuovi paradigmi, nuovi mondi; dall'altra una marea di ostilità e di diffidenza, la cieca indisponibilità a voler considerare delle scelte altre, se non la stessa possibilità di scegliere. 

E' un momento cupo per l'intera umanità. Chi ha voluto (o sente che ha dovuto) "schierarsi" verso il "sistema" e si sente giusto e adeguato se non addirittura eticamente inattaccabile è ostile verso chi si è preso la libertà di voler scegliere di non essere sottoposto a quando deciso da altri. Sono fioccate etichette, giudizi, pregiudizi, valutazioni. Sono state soppesate le azioni, le decisioni, le scelte, le responsabilità come un moderno microscopio difettato da qualsivoglia parte si veda la questione. 

E se mio figlio ad un certo punto mi chiede "DA CHE PARTE STIAMO" che gli posso dire? 

Dalla parte di chi vuol poter scegliere liberamente la propria malattia, la propria cura, la propria vita, il proprio cibo, il nutrimento emotivo di cui cibarsi, giorno dopo giorno. Consapevole che ogni scelta esclude altre scelte e ne apre altre ancora ma consapevole anche che oggi, questo significa una grandissima responsabilità nei confronti di ogni singolo essere umano, in primis se stessi. 

Io devo però per prima rispondere a mio figlio, della responsabilità di essere un genitore "sufficientemente buono" e so che lo sono quando gli trasmetto l'idea che tutto è possibile, prima di tutto dentro di se, nei suoi pensieri, nel suo modo di essere con gli altri, nel suo rapportarsi con il mondo,. Ma che è necessario che sia anche sempre rispettoso degli altri, soprattutto di chi è diverso da lui, che accolga con curiosità la diversità e sospenda il giudizio. Gli devo almeno questo: l'onestà intellettuale del rispetto di sé, dei propri desideri, del proprio sentire, della propria visione del mondo. 

Quando capita che mi dica "non puoi obbligarmi" so che non sta facendo una dichiarazione contro di me ma sta testando ciò che lui è in grado di fare e di decidere. Può essere un atteggiamento talvolta irritante ma denota una certa libertà di pensiero. E non potrei desiderare di più per lui ora, in questo momento storico dove la libertà è un concetto che diventa sempre più astratto e sempre meno presente nella nostra vita. 

Ecco come mi sento oggi: come una persona che passa sempre più tempo a capire come fare a lasciare andare cose di quanto ne impieghi ad accumularle. Perché oggi, più che mai, sento il bisogno di lasciare andare, di liberarmi da cose, di ritrovare l'essenziale, di riconoscere il volto della vita e della libertà in chi fa parte della mia cerchia di amore e di relazioni.