Alla fine ci siamo, il momento è arrivato. Ieri, mentre ero al McDonald's a rimpinzare mio figlio e uno dei miei nipoti (entrambi a casa per lo sciopero della scuola) con grassi polinsaturi e altre bontà, mi è arrivata la telefonata attesa e temuta dall'ospedale di Novara. "Si è liberato un posto venerdì, se per lei andasse bene...". Un'inatesa calma mi ha pervaso, mentre osservavo prima il numero di telefono del chiamante, mi spostavo di qualche metro per poter parlare in silenzio, rispondevo all'infermiera che mi stava chiedendo la disponibilità a portare mio figlio in ospedale per l'operazione. Ho concordato data e ora, ho concluso la telefonata, ho guardato i miei nipoti giocare allegramente e ho sentito questo senso di "zen"interiore che mi ha sorpreso e compiaciuto. Più tardi, però, quando sono andata a riportare mio nipote a casa sua e ho comunicato a mia cognata la data dell'operazione mi sono sentita invadere una sensazione di agitazione e ansia. In serata, quando mio figlio dormiva a letto, è rientrato a casa mio marito, l'ho abbracciato forte e ho sentito le lacrime che mi scendevano sul viso.
"Hey, mi ha detto, che c'è? Stai tranquilla, andrà tutto bene, non agitarti....".
La realtà è che sono divisa in due, una parte di me, razionale, è tranquilla e consapevole di quello che si affronterà, dell'entità dell'intervento che è comunque abbastanza lieve, di quanto poi succederà nei giorni successivi e un'altra parte di me che è tutta depositata nella pancia, nella forma di una meteora di emozioni che comprime il bacino e compromette la mia capacità digestiva, respiratoria, il flusso di pensieri.
Nel bacino lui è cresciuto per tanti mesi e lì lo sento quando ride ed è felice e nella mia pancia è come se ci fosse una piccola rondine che danza. Nel bacino si depositano i sassolini delle preoccupazioni quotidiane, ma anche di quei momenti in cui percepisco il suo malessere fisico, mentale. Le emozioni sono tutta pancia ma poi creano un movimento diffuso fatto di movimenti estensori continui.
Come faccio a spiegare meglio di così una cosa che è talmente naturale da essere inevitabile?
Posso provare a controllarlo meglio che posso ma non è detto che ci riesco. Non sempre.
Posso provare a razionalizzare ma in alcuni momenti il senso di "impotenza" può essere più forte.
Un figlio è sangue, pelle, ossa, viscere che vengono dalle tue, e un pezzo di te cammina per le strade del mondo, in lui.
Il riverbero che si crea tra le une e le altre è inevitabile e per quanto possa razionalizzarle non saranno mai del tutto annullate. Questo vuol dire essere mamma. Vuol dire avere le vele spiegate per poterlo portare nel mondo e uno scafo grande per poter sopportare ogni marea.
Andrà tutto bene. Andrà tutto bene. Andrà tutto bene.
Andrà tutto bene, mi ripeto, anche se ora la mia pancia è sorda.