giovedì 28 maggio 2015

Paula Cooper

Paula Cooper era stata condannata a morte nel 1985, appena quindicenne, per l’omicidio – insieme a tre compagne di scuola – di un’insegnante di catechismo, la 78enne Ruth Pelke.
Nonostante Paula sembra che capì presto l’orrore del suo gesto le altre tre si allearono e in cambio di una condanna alla prigone anzichè al boia, dettero tutta la colpa a lei.
Fu grazie agli sforzi di due giovani avvocati, Bill Touchette e Monica Foster, che Paula fu salvata dall’esecuzione.
Ma ci fu anche – e fu decisivo per convincere il governatore a cambiare la condanna a morte in 60 anni di detenzione - un grande impegno dell’opinione pubblica italiana e del Papa, Giovanni Paolo II.
Ricordo che l'eco che provocò questa notizia.

All'epoca ero molto attiva nel gruppo locale di Amnesty International e una delle aree di maggior impegno era quella della moratoria contro la pena di morte. Andavo anche nelle scuole a parlare dell'inutilità della pena di morte, per quanto sentivo  anche - dentro di me - l'eco di quanto sarei stata capace di rimanere salda nelle mie convinzioni se la tragedia di un omicidio mi avesse personalmente toccato.

Non ebbe dubbi però il nipotedi Ruth, la vecchia signora uccisa da Paula e dalle amiche, che la perdonò (pare che ebbe una visione di Gesù Cristo che gli diceva di perdonarle) e che fondò anche un'associazione, "Journey of Hope" per aiutare l'impegno ad eliminare la pena di morte e Paula, grata del perdono e sulla via della riabilitazione, promise che lo avrebbe aiutato.

Paula finì così in prigione, condannata a 60 anni, che si sono ridotti a 30 per buona condotta. Certo, i primi anni in carcere furono difficili. La ragazzina non riusciva ad adattarsi, a obbedire.

Poi fu proprio lei a chiedere il trasferimento in una prigione di “alta severità”.
E qui, obbligata a seguire un regime preciso, senza concessioni a capricci o disubbidienze, trovò la sua strada: imparò a cucinare e si diplomò come infermiera e  raccontò che intendeva diventare cuoca, una volta fuori, che le piaceva cucinare per gli altri.
Era uscita di prigione due anni fa.
Fra pochi mesi la sua libertà condizionata sarebbe finita. Aveva promesso di girare gli Stati Uniti per parlare ai giovani e spiegare come il crimine non paghi, come ci sia sempre la possibilità di “seguire una strada giusta”.
 Ma Paula Cooper ha gettato la spugna.
A soli 45 anni ha deciso di porre fine alla sua vita con un colpo di rivoltella alla testa. La polizia l’ha trovata davanti alla residenza in cui viveva ad Indianapolis, la mattina di martedì.
Probabilmente non sapremo mai cosa sia accaduto, nella mente di Paula, da indurla, proprio nel momento in cui stava tornando ad essere libera, a togliersi la vita e condannarsi al silenzio.
Forse, ma è un azzardo, è stata proprio l'approssimarsi della libertà a spaventarla. Dopo tanti anni trascorsi in una struttura che ti contiene e ti indica, è sempre molto difficile riabituarsi alla "libertà".
Proprio oggi un paziente, sottoposto ad arresti domiciliari, mi dice: "mi sento più libero qui in struttura che fuori". Si aprono mille riflessioni ma Paula, che ha aiutato il mondo intero a creare una crepa in quel muro di convinzioni molto americane che la pena di morte sia un dissuasore a commettere reati, non potrà più dire cosa pensa della propria vita, perchè quando sembrava che avesse una second chance, ha fatto quello che allo stato ha chiesto di non fare.
Una storia molto triste.