E' stato pubblicato un articolo sul "Washington Post" in cui si parla di uno studio in cui viene descritta una ricerca che si occupa di attività che le persone compiono da sole. Le persone sembra che sottovalutino costantemente quanto si divertirebbero a guardare uno spettacolo, andare a un museo, a teatro, o
al ristorante da soli. Questa interpretazione sbagliata, dice Ratner,
sta diventando sempre più problematica perché le persone passano più
tempo al lavoro, si sposano più tardi, e si ritrovano con brandelli di
tempo libero sempre più brevi.
Le conclusioni derivano da cinque esperimenti separati. In quattro di
loro, le ricercatrici hanno chiesto ai volontari se preferiscono fare
alcune attività da soli o insieme ad altri. Nel quinto esperimento
Ratner e Hamilton hanno verificato se le persone di divertono
effettivamente di più o di meno a visitare una galleria d’arte in
compagnia degli altri o da sole. Hanno scoperto che le persone pensano
di divertirsi meno da sole ma in realtà tendono a divertirsi allo stesso
modo sia da soli che in compagnia. «Quando confronti un’esperienza che è
molto simile se fatta con o senza qualcuno, come visitare un museo o
andare al cinema, viene fuori che non c’è grande differenza nel piacere
che se ne trae», spiega Hamilton. «Andare al ristorante è un’altra cosa,
perché lì c’è in più la conversazione, ma ciò non toglie che anche
andarci da soli possa essere un’esperienza piacevole».
La questione infatti non è se ci divertiremo di più facendo qualcosa
con gli amici piuttosto che da che soli, ma riguarda invece quelle volte
in cui non abbiamo nessuno con cui andare al cinema o mangiare in un
ristorante, e ci sentiamo a disagio a farlo da soli anche se sappiamo
che probabilmente passeremmo un momento piacevole. «Il punto è che ci
perdiamo un bel po’ di divertimento», dice Ratner. «Lo facciamo tutti».
Perché? Secondo Ratner il motivo è che ci sentiamo «esageratamente a
disagio». «Siamo convinti che non ci divertiremmo perché siamo
preoccupati di quello che penseranno gli altri a vederci da soli», dice
Ratner. «Finisce che rimaniamo a casa invece di uscire perché abbiamo
paura che gli altri penseranno che siamo degli sfigati».
Ma gli altri, in realtà, non perdono tempo a giudicarci o a
preoccuparsi dei fatti nostri. Non se ne curano quasi per niente, a dire
il vero. Ci sono molte ricerche che dimostrano quanto costantemente e
regolarmente esageriamo l’interesse degli altri verso di noi. Il
fenomeno è ben conosciuto e in psicologia ha anche un nome: l’effetto
riflettore. Viviamo convinti che un faro ci illumini costantemente
attirando su di noi le attenzioni degli altri: sulla metropolitana, al
ristorante, in palestra. Uno studio del 2000 condotto da Thomas Gilovich
ha scoperto che le persone modificano regolarmente il loro
comportamento in base alla prospettiva degli altri, anche se le loro
azioni non vengono notate per niente. Da allora molte altre ricerche
hanno confermato l’esistenza di un modello di pensiero egocentrico che
distorce il modo in cui ci comportiamo. «Il modo migliore per liberare
le persone dall’imbarazzo è convincerle che non c’è niente di male a
fare qualcosa per piacere, anche da soli», dice Hamilton.
Io, devo dire, che sto bene in compagnia di me stessa e raramente mi succede di annoiarmi.
Un po' non ne ho il tempo, un po' ho sempre qualcosa che voglio fare e che mi piace fare.
Devo anche dire che mi piace stare con la mia famiglia, con mio marito e con mio figlio, mi piace incontrare gli altri miei familiari, stare con amici, mi piace anche conoscere persone nuove ma amo molto anche fare delle cose da sola: fare colazione da sola, correre da sola, andare al cinema o in montagna.
Non sento il bisogno di farlo necessariamente con qualcuno nè questo accresce la mia gratificazione.
Anzi devo dire che vi sono delle attività che preferisco proprio fare da sola e non mi sento - per questo - nè giudicata nè osservata. Anzi, a volte, ho il sospetto che possono essere considerata troppo indipendente... ma questo è un altro discorso.
