mercoledì 23 novembre 2016

(some) things change and (some) things don't change

Alcune cose cambiano, altre no. Per esempio: i giochi. Io passavo ore fuori in giardino (lo chiamavano "parco" ma per me era giardino) a giocare con i miei fratelli e i miei amici (per lo più maschi) a indiani e cow boy (io ero indiana), a costruire la tenda (poi ci volevo mangiare la pasta in brodo), la casa sull'albero e poi ad inventare storie con dei giochi che rappresentavano, stilizzati, piccoli umani con le case, la fattoria, la città e poi i mitici lego. Anche mio figlio passa un sacco di tempo a giocare con i LEGO, ma non sono più i mattoncini e basta che ti smazzi tu quello che poi puoi fare (a volte li coloravamo anche con le tempere), ma sono robe strane tipo ninja, supereroi e donne mascherate però poi, proprio come allora, mescola le teste, i corpi, i ruoli e inventa una costruzione alta e stretta e ti dice che è la "famiglia", perchè la famiglia "è quello che serve alla nave per arrivare al porto, la luce". E tu ti sciogli perchè pensare che tuo figlio confronta la famiglia con un faro è commovente.
Le punizioni, ricordo, erano il bastone che mia madre teneva in cucina o l'essere esclusi dal quadrato di cioccolata amara la sera dopo cena, se non della tv. Ora la "sanzione" è il tablet perchè mai il cibo viene usato come merce di scambio (salvo che poi lo uso a volte come premio) e siccome ci credo in questi frullati di testa, ti spiego anche tutto lo scibile sulle emozioni e sui comportamenti, sul fiume della rabbia e su come non farsi travolgere. Forse era meglio una volta: un bel colpo di bastone se ti beccavano in bici in due ed era finita.
Le malattie: non avevamo il pediatra. Il nostro medico era il medico di famiglia, quello che sapeva sempre di inamidato e fumava tra una visita e l'altra e che ti dava solo sciroppo e buoni consigli. Ricordo poco altro, salvo poi la fase dei rimedi omeopatici. Ora il nostro armadio tracima di farmaci, anche se, a ben guardare, sono quasi tutti di mio marito. Evviva.
Alle feste di compleanno, poi, ricordo che ci si organizzava per giocare alla corsa a tre gambe o nei sacchi, a quella con la patata nel cucchiaio in bocca o a quello delle sedie e la musica, a bandierina. Ora devi avere come minimo l'animatore e la baby dance, l'angolo dei regali, i gonfiabili. Quest'anno, ed è solo il compleanno cinque, per ovviare a tutto, andiamo in pizzeria, così risolviamo anche il problema del cibo. A scuola però non gli posso dare una torta fatta in casa, come facevo io, ma una torta che rispetta tutti: celiaci, atei, ris di Parma e le rigide regole dell'IStituto Scolastico.
Lo sport: da bambina correvo e giocavo, come tutti i miei fratelli e amici. Il nostro sport era quello. Al massimo si andava in piscina e andavamo da un maestro noto in tutta la provincia per la sua severità. Con lui imparavi a nuotare, non c'erano cacchi, perchè o imparavi o ti buttava in acqua. Oggi i bambini fanno acquaticità (anzi già prima che partorisci ti invitano a fare corsi di nuoto per gestanti), poi avvicinamento al nuoto, puoi nuoto poi olimpiadi. Questo al lunedì, poi c'è la danza, la chitarra, le arti marziali e il tempo per giocare? MIo figlio lo porto a fare una cosa con l'imbarazzante consapevolezza che lo faccio più per me che per lui, perchè a lui in fondo di andare a karate o giocare ai lego non cambia poi tanto, anzi.
Tante cose sono cambiate: il numero dei giochi, la facilità con cui si rompono e con cui i bambini si stufano di giocarci, la quantità di informazione in materia di sicurezza da rasentare la follia, il modo in cui i genitori sono dedicati ai figli da rasentare l'esserne prostrati tanto da togliere dalla criogenesi i dettami dell'educazione e litigare con le maestre che si sono permesse di fare delle osservazioni.
C'è più tecnologia, c'è più scelta e più bisogni (dei genitori), ma molte cose non cambiano: il bisogno che hanno i bambini di giocare, di ridere, di essere amati, di vedere riconosciute le loro emozioni, il fatto che noi, per loro, dobbiamo essere un faro.

mercoledì 2 novembre 2016

So that's it?

"La televisione pubblicizza la normalità come se l'avesse inventata, e ti fa sentire fuori luogo se non ti adegui. Non fa altro che venderti materassi tutto il girono, ti dice che il sonno è fondamentale per avere una vita regolare. Ha ragione, ma siamo certi che è il materasso a farti dormire bene?"
(Darinka Montico "Walaboutitalia" edizioni dei cammini)

Allora, è tutto deciso?
Allora siamo davvero fuori tempo?
Siamo così fuori tempo massimo, così fuori "età" che dobbiamo per forza di cose continuare a fare quello che stiamo facendo, seguire
gli stessi binari, 
gli stessi ritmi, 
le stesse facce, 
le stesse attività,
le stesse fatiche,
grattando faticosamente qualche piccola soddisfazione "quaela" 
quando si riesce
...

Quindi è così? 
Siamo contenti perchè: 
prendiamo uno stipendio tutti i mesi
compriamo cose
mangiamo fuori se ci va
ci circondiamo di oggetti
abbiamo la macchina
dormiamo sotto un tetto
abbiamo l'acqua calda e il phon
abbiamo la tivu (che non guardiamo quasi mai, ma nel caso...)
abbiamo il tablet
abbiamo un conto in banca (e un mutuo)
abbiamo il telefonino
abbiamo il forno, la lavatrice e la lavastoviglie
facciamo cose, vediamo persone.  
Quindi è così? Siamo "fuori età" per diventare rivoluzionari di noi stessi? 
Non possiamo cambiare nulla se non pettinatura, scarpe, palestra o stile alimentare?
Non possiamo perchè abbiamo un figlio, un conto in banca (ventiannidimutuo), un lavoro "stabile" (e oggi chi lo trova più?), una famiglia, delle r-e-s-p-o-s-a-b-i-l-i-t-à ?
Non è proprio possibile fermarsi un momento a ragionare, capire, sviscerare, sognare se qualcosa di diverso è fattibile,? Cosa non lo so cazzo non ci ho pensato fino in fondo, so che sento un'inquietitudine di fondo, qualcosa che "prude" nella pancia e mi fa dire che forse qualcosa stiamo dimenticando per strada, qualcosa di importante, che forse potrebbe fare la differenza tra la vita di ora e: 
LA VITA.

E non sto parlando del matrimonio, del figlio, dell'aumento di peso, di cose banali, clichè e stupidaggini sulle crisi del quarto anno, del sesto anno del minchia di anno, sto parlando dei nostri sogni, di quello che ci piace fare: cucinare i biscotti, fare disegni, modellare ceramiche, conoscere persone nuove e frequentare quelle vecchie, leggere libri, fare yoga, ascoltare musica, camminare in spiaggia, preparare bonsai, respirare l'aria dei boschi, camminare. Sto parlando di aumentare le possibilità di fare le cose che ci piacciono per diminuire le occasioni in cui dover fare quelle di cui non mi frega niente, ma proprio niente, cose che non depositano niente dentro di me.
 Possibile veramente che non si possa nemmeno parlarne?
Iniziare una piccola, significativa, rivoluzione dentro di noi?
Una vita "normale" per noi.