giovedì 31 dicembre 2015

dhyāna

Ho iniziato il nuovo anno in totale comunione fisica e mentale con la mia famiglia, con mio figlio che dormiva pacifico, con mio marito che univa il suo respiro al mio. Ora sto pensando e ho pensato che non farò risoluzioni particolari quest'anno. 
Solo una: il dhyāna (meditazione, riflessione, contemplazione che dir si voglia).
Ciò significa: essere presente a me stessa. 
Essere concentrata su ciò che bevo, mangio, respiro, ascolto, dico, percepisco e trasmetto. 
Essere consapevole di me e dell'altro, percepire il mondo e la divinità fuori e dentro di me, nel mondo, nella natura, nelle persone.
Pensare più di quanto parlo, ascoltare più di quanto sento. 
Una cosa grande, cosi grande che non basteranno 365 giorni per riuscirci.
Cosi grande che se riuscissi a farla anche per un solo intero giorno sarebbe bellissimo.
E lo sarà.
Namastè all'anno nuovo.


giovedì 24 dicembre 2015

Ready for you

E sono quattro! Quattro anni fa nasceva il mio piccolo demonietto, in una fredda mattina a diversi chilometri da casa nostra, nell'ospedale che avevo scelto per partorire in acqua. In verità le cose, come spesso accade, non vanno mai come dovrebbero, quindi ho rotto le acque due giorni prima di partorire e tra i due momenti non è accaduto quasi nulla di ciò che avevo preventivato, ma ero pronta a tutto, con animo curioso e fiducioso. Nonostante, a quanto si racconta, il dolore del parto si dimentica presto e questo è vero in buona parte, è anche vero che tutta la situazione, nel suo insieme è difficile da ricordare. Il sudore, il respiro, le contrazioni, le emozioni contrastanti, il momento esatto in cui senti che lui è fuori di te. Il momento esatto in cui lui è sul tuo cuore, non più dentro la tua pancia e la sua piccola bocca guidata dal suo istinto animale cerca il tuo seno.
Dopo, è tutta un'avventura.
Questanno, pochi giorni fa, ha compiuto quattro anni, abbiamo organizzato una bella festa, con tanti compagni di scuola e amici. Ho comprato il cibo, preparato le pignatte, fatto di tutto perchè fosse tutto "perfetto" per poi capire, di nuovo, una cosa fondamentale: perfetto per chi? Per noi, per lui?
La torta non era della forma giusta, che rabbia. Ma a lui che gli importava? Niente. Ha spento le candeline e questo è quanto. Per lui era bello essere lì a correre coi suoi amici ma anche, in maniera estremamente adulta, stare un po' da solo a mangiare pop corn, quando ne aveva voglia. E' stato uno dei pochi bambini a non voler essere truccato dalla "truccabimbi" e quando ha aperto i regali (in maniera fortunatamente poco pomposa) mi ha detto "ok mamma sono pronto per tornare a casa".
Bello vedere questo piccolo ometto che mi pone domande e fa osservazioni e poi ascolta e chiede come mai un prato è stato disegnato blu e allora è acqua non è erba e come faccio a spiegargli che a volte le cose non sono quello che sembrano?
Poi gli dico che, da quando è nato, la mia vita è cambiata completamente e lui, seduto sul gabinetto che si afferra con la braccia, mi chiede se è cambiata "in peggio" e io gli dico "no no no assolutamente. In meglio. Sei la mia luce". E lui mi abbraccia, mi riempie di bacini il viso. Senza queste cose la mia vita avrebbe un senso? Si, lo avrebbe. Ma ora che lui c'è mi sembra che tutto il senso della mia vita sia lì, che lui sia il futuro e che io e mio marito siamo il passato e tutto quello che viviamo giorno per giorno è il presente.
Quando vivi giornate così nebbiose, fredde, si fatica a trascinarsi fuori dal letto e a darsi un motivo per fare qualcosa di diverso che poltrire, l'idea di ritornare a casa e vederlo lì che aspetta e che ti sorride e che ti spiega qualcosa di star wars o di oggy e i maledetti scarafaggi mi riempie di entusiasmo. Vorrei dirgli di crescere piano, darmi il tempo di abituarmi al fatto che si veste da solo, sceglie cosa mangiare, cosa fare, chi incontrare. Ma comunque sia sono pronta, siamo pronti.
Siamo lì ad accogliere ogni nuova parola, ogni gesto, ogni domanda.
Siamo pronti come eravamo pronti quattro anni fa. Pieni di curiosità, amore, speranza.

lunedì 7 dicembre 2015

This and that

Non so dire quanto sia curioso svegliarsi la mattina, stiracchiarsi come un gatto, voltarsi nel letto e incontrare lo sguardo già vispo di mio figlio che sposta la coperta e mi spiega, indicando gli adesivi sul muro nella sua cameretta (si ho dormito con lui, lo vogliamo considerare una fase di passaggio), chi è lo spiderman rosso, quello nero, chi è bravo e chi è cattivo. Poi torna sotto le coperte e mi chiede: "mamma mi vuoi sposare?". Cioè come dire una di quelle esternazioni che i bambini fanno e che a me hanno sempre fatto storcere il naso in segno di velata disapprovazione, di difficoltà di definizione di ruoli e confini e che ho sempre sperato non accadesse a me. Ma ora, che ho sentito questa precisa frase uscire dalla bocca di mio figlio, vi posso dire che mi ha un po' emozionato. Lì per lì non sapevo che dire e allora ho domandato perché volesse sposarmi. La risposta, tanto ovvia quanto imprevedibile è stata: "il papà è già sposato con te, così lo volevo anche io". Certo. Poi ieri sera mi ha detto che il papà è tanto bravo perché la sera guarda sui libri come si costruiscono le cose (i Lego). In verità lui non sa che il padre si ricava quel momento, dopo che lui dorme, per poter stare tranquillo e rimettere in ordine i pensieri (che non è cosa da poco). La mattina dopo si è messo in piedi sul letto e mi ha detto: "mamma vedi che sono piccolo ancora? Tu sei grande! Io voglio diventare grande come il papà". Che tenero... il papà lo guarda e mi dice: "non può rimanere sempre così?". Eh no, deve diventare grande davvero, cittadino del mondo, conoscere tutte le bellezze (e le miserie) del nostro mondo, avere le sue delusioni, le sue scoperte meravigliose, innamorarsi e poi essere tradito (o tradire), fare amicizia e poi cambiare amici. Ora tutto il suo mondo siamo noi, i suoi compagni di scuola, qualche amico altro, la baby sitter, i suoi giochi, i cartoni animati, i nonni.
A tal proposito, ieri mattina mi è venuto il pensiero del mio, di papà. Come mi piacerebbe vederlo ora interagire con mio figlio e - a dispetto di quello che dice mio marito (che era nel suo mondo e non coglieva tanto l'esterno, non per incapacità ma per una sua precisa volontà) - io sono persuasa che sarebbe stato imprevedibile e bello vederli insieme. Immagino il mio piccolo che lo subissa di domande su questo e quello e lui che si divincola nelle spiegazioni e -chissà - forse riscopre qualcosa che non c'è più. Perché tutto passa, dal dolore di una perdita ad una malattia. Ciò che rimane, nella memoria degli atomi, è il ricordo, la memoria, le sensazioni e i desideri. E non saprei mai dire quanto di tutto questo sia legato alla nostra paura di perderci ma è pur vero che nei nostri figli riviviamo noi stessi e speriamo sempre, comunque, di migliorarci.