lunedì 11 maggio 2020

Sometimes

Penso alla quota delle cose piacevoli che mi accadono, nel corso di una giornata.
Passare del tempo con un'amica. Giocare con mio figlio. Incontrare qualcuno che è in difficoltà ed aiutarlo. Mangiare qualcosa di buono. Persuadere un passante a togliersi la mascherina che indossa inutilmente. Lavorare serenamente. Riuscire a sentire una bolla di rabbia verso qualcuno che si sgonfia come un palloncino. Leggere un libro interessante e coinvolgente. Sentire i suoni del vento e degli uccellini al mattino presto. Il frinire dei grilli la sera. Ma sopratutto, sentire, dentro di me, che qualcuno è entrato in risonanza con un mio modo di pensare. Quella sensazione che ti dice che si è costruito un qualcosa di globale, ci si è connessi con altri nel misterioso ed insondabile regno del pensiero profondo.
Sono solo degli esempi di esperienze piacevoli, che posso vivere durante il giorno.
Ne potrei elencare mille altri, sono fortunata lo so.
E' vero anche che però, a volte, la quota di cose piacevoli che vivo durante la giornata mi sembra non basti a colmare questo senso di smarrimento che c'è ora, attorno a me.
Questo veleno silenzioso che è la paura, un biossido che entra nelle pieghe del nostro cervello, nel muscolo cardiaco, muove le nostre mani e i piedi, fa prendere le distanze, fa intimorire, fa retrocedere.
Ogni volta bisogna usare il pensiero fermo come un talismano che protegge dal fantasma della morte, dal terrore dell'ignoto, dal timore della malattia. Rimanere centrati, "zen".
A volte, la sera, sono così felice che ho potuto svelare il sorriso a qualcuno che lo nascondeva dietro una pezzuola. O perché sono riuscita a ragionare con qualcuno che sembrava determinato a rifiutare altre interpretazioni che quelle "ufficiali". Altre volte sono felice perché, semplicemente, sono riuscita a dimenticarmi di quello che "sta succedendo" a noi tutti.
Ma ci sono anche volte che vado a letto più sfiduciata, stanca e triste. Sono quelle volte in cui la quota di felicità non è stata sufficiente a colmare quella della negatività.
Quelle sere lì il bilancio si chiude in negativo, sento che potrei uscire ed urlare a squarciagola che basta, non se ne può più, i nostri figli hanno bisogno di andare a scuola, giocare nei parchi giochi, abbracciarsi tra loro, sporcarsi le mani, i piedi e la lingua ed essere felici. Vorrei dire alla gente di togliersi le mascherine, sfilarsi i guanti e ridere forte, fino a piangere, perché la vita è bella.
Vorrei correre fino a che ho fiato, inseguire le lepri nei prati e abbracciare tutti i miei amici.
Anche quelli che ancora non conosco.
Coltivo il pensiero, allora, coltivo il desiderio, coltivo un germe con cui infuturarmi in un momento dopo questo, in cui torneremo ad essere capaci di non dover fare bilanci ma semplicemente: vivremo.

venerdì 17 aprile 2020

Here we are again

Oggi va così, in un incespicare leggero tra lo sconforto e un senso crescente di ribellione. Sento dentro di me una dissonanza tra la percezione di me, del mio corpo, dei miei affetti, del mio presente, con tutto il resto "fuori di me". Qualche volta riesco a sintonizzarmi su una conversazione, su una relazione solida, di quelle che "qualunque cosa accada ci sono" o forse incrocio un sorriso che mi sembra chieda partecipazione ma talvolta fatico. Il "qui ed ora" è sgradevole, difficile da accettare.
La mia mente tende a ricercare il pulsante "salvavita" che spenga tutto e mi metta in condizione di non percepire altro che il puro piacere del cibo, dell'acqua, del respiro.
Ma poi ci ricado.
Ricordo come fosse oggi come mi sentivo circa tre anni fa, quando una legge assurda e inaccettabile, ha fatto capolino nel nostro Paese gettando molti come me in uno stato di confusione, preoccupazione e rabbia. Ed oggi ci risiamo. Siamo dentro questo teatro della tragedia, in questo stato di costrizione e di soggiogamento, chi più ribelle, chi più arreso. Io sento tutte le mie vulnerabilità di madre, di moglie, di figlia, di donna. Sento una lacerazione dentro di me ad osservare il mondo attraverso i vetri della finestra e quando riesco ad uscire ed immergermi nella natura mi sento come un ladro o un clandestino del mondo. Ogni passo che faccio è guardingo, sospettoso, timoroso.
Coltivo il bello che so esserci dentro tutti noi, ricerco uno scopo, cerco di dare un senso ai miei desideri, di immaginare la nostra casa in legno, con un grande portico, l'altalena, lillà e un salice piangente. So che siamo chiamati a fare delle scelte, so che queste scelte non sono tra nero o bianco, tra cioccolato e vaniglia, tra buoni e cattivi. Ma sono scelte che influenzeranno le nostre vite, ci faranno incontrare altre energie, altre persone come noi, un reticolo di coscienze e di stelle ad illuminare questo periodo buio. So che esiste un posto per noi, là fuori, da qualche parte e so che prima che fuori è dentro. Ma oggi è così, un lento traballare tra certezze e dubbi, certa però che sia proprio questo lo scopo: renderci incerti nel nostro passo, insicuri di noi stessi, minando il nostro corpo e la nostra mente. Come tre anni fa anche ora saprò trovare le energie e il sorriso. Se non per me, per le persone che amo e verso le quali sento tutto il meraviglioso peso delle responsabilità.

MERCEDES SOSA - CORAZON LIBRE

martedì 24 marzo 2020

as when

Come quando finisce l'estate, con ancora il caldo addosso del sole, ti stai godendo gli ultimi spicchi di calore, di luce, sai che di lì a poco arriveranno le temperature fredde e rigorose, il mondo rallenterà e questo momento rimarrà dentro di te. Così mi sento.
Con quella nostalgia struggente e malinconia, permeata di dolcezza e di un velo di tristezza, ripenso a tutti quei momenti di "normalità" persino un po' noiosa talvolta, ripetitiva forse ma che ora mi appaiono in tutta la sua mancanza. Stamattina, mentre raggiungevo il posto di lavoro, ascoltavo con le cuffie musica meditativa indiana ed era come se potessi proprio vedere, davanti ai miei occhi, tanti brevi fotogrammi di vita vissuta e che ora mi appaiono così lontani, così desiderati. Momenti anche un po' banali, stupidi, ma pieni di quella spensieratezza e gioia di vivere: un giro coi pattini al parco con mio figlio, un film mano nella mano, una pizza fuori con gli amici, un tratto di bosco percorso di corsa, una tisana piena di grandi discorsi.
Fotogrammi di vita che ho condiviso con tante persone e che ora mi accompagnano, mentre vado al lavoro, mentre sto per addormentarmi.
Non perchè penso che dopo non ci saranno altri momenti, non perchè non ho più voglia di vivere, non perchè sono pessimista. Probabilmente perchè ora ho bisogno di questo: di sapere che c'è qualcosa che dentro di me coltiva la nostalgia e la dolcezza, la voglia di essere parte di qualcosa, di qualcuno, di un mondo che non vorrei più sentire così ostile e straniero.
La vita ora, si svolge tra le mura di casa, in questo tratto di strada che percorro per andare al lavoro, in una sede di lavoro che sembra più una sala chirurgica che un luogo in cui parlare del male dentro, e a casa, tra giochi inventati con mio figlio e giocati per ore, disegni che ci aiutano a sentirci umani e amati, abbracci, che con dove posso con chi posso, non mancano mai comunque.
E poi la vita, che va avanti, nonostante tutto. Nella sua struggente meraviglia.
 

martedì 17 marzo 2020

What I (we) have learned in this period

Cose che sto imparando (anche) grazie "all'emergenza CORONAVIRUS":

Il mondo (la terra e i suoi abitanti non umani) sono più contenti quando noi umani stiamo a casa. Delfini che vanno nei porti a giocare, uccellini che impazziscono di felicità, canali di Venezia puliti come non mai, cieli limpidi e puliti.





Mio figlio per molti aspetti è più flessibile di me. Vivere in quattro stanze pare non disturbarlo più di tanto (per ora). Sono io che ho bisogno di correre, uscire, prendere il sole, respirare aria pulita. Lui una volta che ha i suoi giochi, dei momenti assieme, qualcosa di buono da mangiare e un letto su cui dormire non ha bisogno di molto più.

Mi è venuta voglia di iniziare ad occuparmi della "Tecnica dei 101 desideri" di Igor Sibaldi. Un  esercizio in aparenza  facile ma se provi scopri quanto è complicato desiderare bene.

La sera medito, ascolto meditazioni guidate, ascolto musica a 432Hrz. Cerco di sintonizzarmi su una frequenza di pace e serenità. Ho già conosciuto la paura in vita mia. Più di una volta. Ma è sempre stata un'apparizione temporanea, spesso violenta, di breve durata, sapevo che sarebbe finita, in tempo breve. Ora ha un'altra faccia e nasconde l'insidia della malattia.
Se ho paura, mi ammalo.
Se penso ad ammalarmi, ho paura.
Allora medito, mi riprogrammo ogni sera, su una frequenza utile al mio corpo, alla mia mente.

Essere madre, in questo momento, mi pare che sia al tempo stesso un aiuto e una difficoltà.
Una difficoltà perchè richiede di aiutare lui a mantenere una routine (alzarsi presto, vestirsi anche se sta in casa, scandire il suo tempo con compiti e altre cose). Un aiuto perchè mi tiene ancorata, mi tiene focalizzata, mi tiene concentrata su un progetto più grande.

Le mascherine, le sciarpe che coprono il viso, la paura, obbliga tutti a guardarsi negli occhi, comprendere in un battito di ciglia chi stai incrociando: una persona spaventata, una spavalda, una arrogante, una socievole. Magari diventeremo di nuovo buoni interpreti della prossemica e delle espressioni del viso.

Sappiamo oramai con sicurezza l'importanza che ha la socializzazione nella crescita e nell'equilibrio psicofisico. In questo momento di forzato isolamento questi aspetti sono demandati ai mezzi tecnologici o a brevi momenti che sfiorano quasi l'illegalità. Ricordiamocene però quando si potrà uscire di nuovo di non stare più chiusi in casa con tv e cellulari.
La vita è una e va goduta ogni momento.

Le crisi sono democratiche: colpiscono tutti, tutte le categorie di lavoratori, tutte le famiglie, tutte le razze, tutti in maniera pacificamente equa. Non possiamo affermare che siamo in una zona "devirussizzata". Quindi dobbiamo - per forza - collaborare.
Strano come una cosa evidente come questa ora appaia tanto difficile da fare.

Il tempo: stamattina mentre mi recavo al posto di lavoro mi chiedevo se fosse lunedì o martedì.
E quando sono arrivata in ufficio ci ho messo mezz'ora a ricordare la password per accendere il computer. Una password che utilizzo da anni, sempre quella. Segni di demenza?
Credo che questa dilatazione di tempo e spazio porti a fenomeni di temporanea amnesia, di scollamento dalla realtà.
Mi ricorda un famoso esperimento di Maurizio Montalbini, speleologo ed "esploratore del tempo". Un esperimento che dimostrò molte cose davvero interessante. Sarebbe da riscoprire.

Da ogni male, viene qualcosa di buono.
E ogni cosa buona, chiede di pagare un prezzo per ottenerla.
Ora lo stiamo scoprendo, di nuovo.
Sacrifichiamo tutti qualcosa, chi forzatamente chi per scelta, ma per uno scopo comune.
Così mi piace pensare, almeno.

Ricordo quando, con marito e pargoletto, ci siamo trasferiti nell'appartamento in cui siamo ora: senza acqua calda, con un casino fotonico ovunque, problemi a cucinare, senza gas.
Ma poi, quando abbiamo finalmente ottenuto queste cose, sembravano meravigliose e uniche.
Vorrei pensare che sarà meraviglioso avere di nuovo le cose importanti davvero.
Come se ora fosse una specie di letargo, di rallentamento, in previsione di godere appieno della vita.
E ogni letargo non significa spegnersi ma tenere attivo solo ciò che serve davvero.