martedì 28 gennaio 2020

I believe in you

Dire "io credo in te" penso sia una cosa bellissima da dire a qualcuno.
Dire "io credo in te" ad un amico che deve affrontare una prova importante è importante.
Che dica "io credo in te" un bambino di otto anni ad uno di tredici è una cosa emozionante.
Per me, rischiando di peccare di presunzione, vuol dire che come genitori stiamo facendo un buon lavoro.
Vuol dire che nostro figlio capisce il valore della fiducia, l'importanza di qualcuno che crede in te, il profondo significato dell'amicizia.
Mi sono sentite felice stamattina, quando ho sentito questo.
Mi rende orgogliosa e fiera di mio figlio e oggi questa sarà la cosa più bella della giornata, che mi porterò dentro a scaldarmi il cuore...
...non importa se al lavoro mi faranno girare le scatole... non importa se quando uscirò pioverà e mi ricorderò che sto senza ombrello...
...non importa se poi a scuola prenderà un voto non bello.
Sono felice perchè dire "io credo in te" è la cosa più bella al mondo da dire a qualcuno.


venerdì 6 dicembre 2019

rainbow

E poi arrivi a quell'età di tuo figlio in cui emergono domande e affermazioni. Per esempio....
"Mamma, ma Babbo Natale esiste?"
"Secondo te esiste?"
"Secondo me si"
"Allora esiste. Se ci credi, Babbo Natale esiste amore mio".

"Mamma, ma Babbo Natale come fa a sapere dove abito?"
"Babbo Natale sa dove abitano tutti i bambini"
"E se poi si perde che succede coi regali?"
"Facciamo così, gli lasciamo l'albero acceso così ci trova"
"Va bene... si meglio"

E queste sono quelle natalizie, ma ce sono per tutti i gusti, il mondo animale, vegetale, la storia, la nascita, la morte. Ogni volta bisogna industriarsi per capire come rispondergli (rifiuto categoricamente il "capirai quando sarai più grande") in modo che comprenda, non si preoccupi o si spaventi e che l'informazione si depositi dentro di lui.

E poi apri i quaderni di scuola, sbirci e scopri che vuole essere come il suo amico 13enne perchè "è un gran figo" perchè ha i capelli lunghi e va bene sulla bmx. Scopri anche che quando gli viene chiesto di scrivere qualche riga su un animale, non scrive del nostro gatto vivo e vegeto che vede tutti i giorni, ma di quello morto un anno fa che era pure un po' particolare, scostante e timoroso. Descrive la sua morte (con tanto di data, sbagliata) come una sorta di passaggio in un luogo misterioso ai piedi dell'arcobaleno. Trovo che il modo in cui descrive la vita e gli eventi sia spesso commovente e tenero, ti consente di avere accesso ad un luogo "altro" in cui le emozioni hanno una loro precisa funzione e nente di veramente brutto ti può distruggere.

Come ho già detto più volte, continuo ad imparare più io da lui che viceversa.



venerdì 8 novembre 2019

As if (thauma)

Aristotele dice che la filosofia nasce dal ‘thauma’. Comunemente si traduce questa antica parola greca con “meraviglia”. E si va completamente fuori strada, perché ‘thauma’, nel suo significato originario significa “terrore”, “angosciante stupore”. Per che cosa? Per questa nostra esistenza, per la vita in cui ci troviamo e la cui durezza raggiunge tutti e tutti fa soffrire e tutti angoscia.
La meraviglia dello stupore, di ciò che è brutto e di ciò che è bello. Stupore ha la stessa radice di stupeo, cioè stupido, come a dire che sono le persone "stupide" quelle che si stupiscono di più o che, per meglio dire, sono dotate di potere di immaginazione e creatività maggiori. Spesso i grandi "stupidi" della storia dell'arte, della musica, delle arti, sono apparsi come persone "bizzare" (si pensi tra tutti a Mozart)  o "pazze". Questo mi fa pensare che spesso noi, per paura di sembrare stupidi non compiamo determinate azioni o non esprimiamo curiosità e stupore. Tale capacità è invece spesso molto sviluppata nei bambini i quali, mi viene da dire, non sono ancora del tutto conformati ad usi e costumi del mondo adulto, ad alcune direzioni che tendono inevitabilmente ad irrigidire ed inaridire la creatività e l'immaginazione.
Questo lo si osserva in modo particolare nel gioco tra bambini, che è un'attività sicuramente ludica ma anche un'attività grazie alla quale essi creano:  creano mondi, situazioni, azioni, personaggi e fanno emergere la propria creatività, la propria capacità di negoziazione, di illusione, di magia.
Il gioco del "come se" implica proprio questo: la capacità di inserire se stessi all'interno di un contesto inventato, immaginato, dove una sedia diventa un castello, un albero diventa un regno ed un bastone diventa una spada. Vedere il mondo conosciuto attraverso una chiave di lettura nuova, sconosciuta, filtrata attraverso l'immaginazione, il "come se" è una qualità, un'attitudine che purtroppo col tempo si perde un po'. La crescita ci aumenta maggiormente la consapevolezza, la fiducia in noi stessi, l'autonomia ma sacrifica per i più (salvo per i creativi e gli "stupidi") una certa quota di fantasia, estrosità, immaginazione, creatività.
Pensando anche alla scuola, a come mi sembra che per lo più si insegni all'alunno a studiare in maniera poco creativa ma un po' troppo "standardizzata", me ne accorgo dall'ansia delle righe tutte uguali, nello stesso punto, dalle sottolineature su suggerimento esterno, dall'indicazione di apprendere concetti senza averli "visti", compresi e accettati, dalla risposta "la maestra vuole così".
Credo che quello dell'insegnamento sia un compito estremamente difficile e per molti versi anche ingrato, che incontra molte correnti avverse, anche per gli insegnanti più ispirati: programmi ministeriali un po' farraginosi, genitori poco cooperativi, bambini iperattivi e paga e collegio docenti insufficienti.
Ma il mestiere dell'insegnamento, come tutti i mestieri che hanno a che fare con l'uomo e con il rapporto con la conoscenza, dovrebbe essere una missione e come tale partire da una passione che si vuole condividere e suscitare anche negli alunni, io credo, ma forse sono prevenuta da una visione troppo umanista ed edulclorata.
Mi piacerebbe però che mio figlio, all'uscita da scuola, oltre al 5 di storia o di geografia perchè non ha studiato cose che non comprende del tutto, mi racconti di qualcosa che lo ha particolarmente interessato, stupito, meravigliato.
E questo, purtroppo, raramente accade.

domenica 8 settembre 2019

inside outside

Posso anche malcelare una certa preoccupazione, posso cercare di controllare i pensieri disfuzionali e ansiosi che vengono a galla, ma un elettrocardiogramma dice comunque tante cose sul mio cuore: dice come io sono capace di amare, quanto ho effettivamente amato, quando sono amata ora, dice cose belle e brutte. Dice quanto ho sofferto in vita mia per il tempo che mi è mancato con un padre o con un amore che tale non era, dice che devo affrontare le situazioni con più calma e non andare sempre giù a muso duro come un ariete. Un elettrocardiogramma è semplicemente una linea per i più, un rebus per chiunque non maneggi qualche concetto di medicina, una curiosa rivelazione per chi cerca di dare un senso a quello che ci accade.
Il nostro corpo, lo sappiamo, è l'espressione fisica di ciò che siamo dentro. Assorbe, decodifica ed esprime i pensieri più profondi, le preoccupazioni, la stanchezza, la felicità, i progetti.
Il nostro corpo, quando presenta qualche piccola sofferenza, ci sta dicendo qualcosa, di noi stessi.
Che io abbia dei timori su questa osservazione, ricevuta quasi per caso, è vero. Che io abbia paura che ogni eventuale approfondimento si traduca nel bisogno di un preciso atto medico è vero.
Ma più di tutto ho paura che non riuscirò mai ad imparare a lasciare andare sentimenti in sospeso, per chi non merita più nulla e invece ancora mi ferisce negoziando amicizia e attenzione come atti formai negati. Ho paura di non riuscire ad imparare a prendere la vita con più calma, a fare un passo per volta, ad acquisire consapevolezza, un pensiero sospeso, più rilassato, più fluido. Ho paura di non riuscire a smettere ad incazzarmi per ogni minuto di ritardo, per un angolo di casa lasciato sporco, per i vestiti e le scarpe abbandonate, ma vi leggo sempre trascuratezza, mancanza di rispetto, di amore.
Ho bisogno di capire cosa succede a me dentro, cosa significa non essere più fertile, oltre al fatto di non avere più perdite di
sangue. Ho bisogno di capire perchè il mio cuore perde qualche colpo, come fare per prendermene cura. Ho bisogno di lasciare andare chi non mi vuole più, chi non può darmi nulla, le piccole ossessioni di ogni giorno, un'idea di cose che non sono così. Ho bisogno di avere il fiato più lungo, il passo più leggero, il sorriso più grande. Ho voglia di stare bene perchè forse tanto bene non sto, al di là di tutta questa idea di essere indistruttibile sempre e comunque.
Come sono arrivata a questo mondo, così me ne andrò. Con più o meno baccano ma lasciando poche tracce probabilmente. In questo spazio di tempo voglio fare tantissime cose ancora.
E tra tutte vivere ancora qualche momento come quelli di questa - a parer mio - notevole estate. Un'estate di grande vicinanza con la mia metà del cielo e con il nostro piccolo portatore di luce.
Sentirmi dire TI AMO e sentirmi dire SEI LA MAMMA MIGLIORE DEL MONDO mi riportano alla luce della salute e della gioia.

martedì 27 agosto 2019

Competition

Una cosa mi ha sempre fatto riflettere: il termine competizione che tutti associamo naturalmente all'idea di prestazione, gara, partita, vittoria o sconfitta ha tutt'altra origine.
nfatti, il termine “competere” deriva dal latino “cum” = con,  assieme e “petere” = dirigersi verso.
Quindi, andare insieme, convergere, incontrarsi.
C'è un'età in cui la relazione con i pari diventa anche competizione, cioè incontrarsi con gli altri, secondo la più antica accezione. E' l'età in cui i bambini iniziano ad avere molto bisogno di contatto e di relazione, di confronto, di gioco, di mediazione, di litigio e risoluzione.
Forse noi adulti tendiamo ad interpretare con troppa facilità tutte queste azioni nella direzione di una competizione sportiva, secondo un giudizio presazionale. In qualche modo, non so come, ma probabilmente perchè questo aspetto io l'ho sempre patito moltissimo, ho sempre cercato di evitare a mio figlio di immergersi troppo in questo aspetto di confronto con gli altri, a volte con risultati scadenti, devo dire. L'idea che siamo "giudicati", valutati, misurati viene da ogni ambito: dallo stigma sociale, dalla scuola, dal mondo del lavoro, dallo sport, dal rapporto con gli altri e col nostro corpo.
Ammiro profondamente chi ha trovato la pace in se stesso e non cerca gratificazioni nell'essere aderente al giudizio altrui ma io francamente non sempre ci riesco.
Ho evitato a mio figlio l'ambiente del calcio, che mi pare quanto di più vergognosamente sporcato da tali dinamiche, ma poi ho visto che anche nel karatè è presente (e ne parlo a ragion veduta, avendo "rovinato" un'amicizia che mi sembrava tale).
Dovremmo evitare il più possibile, penso, confronti con gli altri bambini, con le altre figure di riferimento, con prestazioni che sono diverse per una serie svariata di fattori.
Dovremmo davvero sforzarci di elogiare i nostri figli in prima persona per lo sforzo che compiono indipendentemente dalle prestazioni che ottengono in modo da sollecitare la motivazione interna che li porta ad entrare “in competizione” con sé stessi per raggiungere livelli migliori per sé e non per gli altri ma quanto è difficile!

L'idea che grazie alla competizione si possa ottenere il progresso è tipicamente inglese, in generale del mondo anglofono. Sicuramente fu tra le ispirazioni di C. Darwin, che poi in modo ricorsivo è ritornata verso la società dopo essere diventata legge di natura.
Tutto questo però ha clamorose smentite a mio avviso: la competizione tende alla vittoria certa, alla soluzione di comodo, ai cartelli, all'omologazione. 
 Il vero progresso è stato realizzato non "battendo" qualcuno né con la paura di essere selezionati, ma grazie all'intraprendenza, a slanci creativi, a qualcuno che nella riservatezza di un laboratorio, lontano dai mitologici occhi di un anonimo concorrente, ha prodotto qualcosa di nuovo.
Qualcuno che ha usato il proprio buon livello di funzionamento, ha ascoltato la propria creatività, il proprio spirito interiore a fare qualcosa di diverso, non a fare come gli altri. 
Tutto questo si può stimolare con l'individualità non con l'omologazione, coltivando le proprie passioni non facendo quello che gli altri si aspettano che tu faccia. Ricordo l'emozione e la gioia che ho provato quando mio figlio ha messo spesso due calzini di colore diverso e quando glielo veniva fatto notare diceva che gli piaceva così e tutte le piccole stranezze che mi sembravano più frutto di una qualche germe di genialità che non stranezze. 
La trappola poi è che ogni genitore vuole che il proprio figlio prenda bei voti a scuola, scriva bene dentro i quadretti e rispetti tutte le regole, ma non dimentichiamoci che tanti grandi geni del nostro tempo avevano pessimi voti a scuola, una scrittura illeggibile o un comportamento dai più giudicato strano o inacettabile. 
Questo è un mondo in cui si gioca il tutto e per tutto e tra tanti ragazzini che desiderano solo cellulari, vestiti di un certo tipo, ascoltano quella specifica musica, si aspettano quel ritorno sociale, emergono dalla massa solo quelli che hanno avuto la sfrontatezza o il coraggio di essere diversi ed uscire dal branco, dal luogo comune, dall'appiattimento, da quello che la società di oggi, accecata nei valori e nelle sue chances, sembra chiederti ed offrirti. 
Coltiviamo ribelli, appassionati, curiosi, viaggiatori, lettori, felici i nostri figli!