martedì 27 agosto 2019

Competition

Una cosa mi ha sempre fatto riflettere: il termine competizione che tutti associamo naturalmente all'idea di prestazione, gara, partita, vittoria o sconfitta ha tutt'altra origine.
nfatti, il termine “competere” deriva dal latino “cum” = con,  assieme e “petere” = dirigersi verso.
Quindi, andare insieme, convergere, incontrarsi.
C'è un'età in cui la relazione con i pari diventa anche competizione, cioè incontrarsi con gli altri, secondo la più antica accezione. E' l'età in cui i bambini iniziano ad avere molto bisogno di contatto e di relazione, di confronto, di gioco, di mediazione, di litigio e risoluzione.
Forse noi adulti tendiamo ad interpretare con troppa facilità tutte queste azioni nella direzione di una competizione sportiva, secondo un giudizio presazionale. In qualche modo, non so come, ma probabilmente perchè questo aspetto io l'ho sempre patito moltissimo, ho sempre cercato di evitare a mio figlio di immergersi troppo in questo aspetto di confronto con gli altri, a volte con risultati scadenti, devo dire. L'idea che siamo "giudicati", valutati, misurati viene da ogni ambito: dallo stigma sociale, dalla scuola, dal mondo del lavoro, dallo sport, dal rapporto con gli altri e col nostro corpo.
Ammiro profondamente chi ha trovato la pace in se stesso e non cerca gratificazioni nell'essere aderente al giudizio altrui ma io francamente non sempre ci riesco.
Ho evitato a mio figlio l'ambiente del calcio, che mi pare quanto di più vergognosamente sporcato da tali dinamiche, ma poi ho visto che anche nel karatè è presente (e ne parlo a ragion veduta, avendo "rovinato" un'amicizia che mi sembrava tale).
Dovremmo evitare il più possibile, penso, confronti con gli altri bambini, con le altre figure di riferimento, con prestazioni che sono diverse per una serie svariata di fattori.
Dovremmo davvero sforzarci di elogiare i nostri figli in prima persona per lo sforzo che compiono indipendentemente dalle prestazioni che ottengono in modo da sollecitare la motivazione interna che li porta ad entrare “in competizione” con sé stessi per raggiungere livelli migliori per sé e non per gli altri ma quanto è difficile!

L'idea che grazie alla competizione si possa ottenere il progresso è tipicamente inglese, in generale del mondo anglofono. Sicuramente fu tra le ispirazioni di C. Darwin, che poi in modo ricorsivo è ritornata verso la società dopo essere diventata legge di natura.
Tutto questo però ha clamorose smentite a mio avviso: la competizione tende alla vittoria certa, alla soluzione di comodo, ai cartelli, all'omologazione. 
 Il vero progresso è stato realizzato non "battendo" qualcuno né con la paura di essere selezionati, ma grazie all'intraprendenza, a slanci creativi, a qualcuno che nella riservatezza di un laboratorio, lontano dai mitologici occhi di un anonimo concorrente, ha prodotto qualcosa di nuovo.
Qualcuno che ha usato il proprio buon livello di funzionamento, ha ascoltato la propria creatività, il proprio spirito interiore a fare qualcosa di diverso, non a fare come gli altri. 
Tutto questo si può stimolare con l'individualità non con l'omologazione, coltivando le proprie passioni non facendo quello che gli altri si aspettano che tu faccia. Ricordo l'emozione e la gioia che ho provato quando mio figlio ha messo spesso due calzini di colore diverso e quando glielo veniva fatto notare diceva che gli piaceva così e tutte le piccole stranezze che mi sembravano più frutto di una qualche germe di genialità che non stranezze. 
La trappola poi è che ogni genitore vuole che il proprio figlio prenda bei voti a scuola, scriva bene dentro i quadretti e rispetti tutte le regole, ma non dimentichiamoci che tanti grandi geni del nostro tempo avevano pessimi voti a scuola, una scrittura illeggibile o un comportamento dai più giudicato strano o inacettabile. 
Questo è un mondo in cui si gioca il tutto e per tutto e tra tanti ragazzini che desiderano solo cellulari, vestiti di un certo tipo, ascoltano quella specifica musica, si aspettano quel ritorno sociale, emergono dalla massa solo quelli che hanno avuto la sfrontatezza o il coraggio di essere diversi ed uscire dal branco, dal luogo comune, dall'appiattimento, da quello che la società di oggi, accecata nei valori e nelle sue chances, sembra chiederti ed offrirti. 
Coltiviamo ribelli, appassionati, curiosi, viaggiatori, lettori, felici i nostri figli!