mercoledì 10 febbraio 2016

A good school

Mentre rientravo dal lavoro lunedi, come spesso accade, ero sintonizzata su Radio3; ho ascoltato un intervento nel programma Farhenheit, di Giacomo Stella, professore ordinario di Psicologia Clinica al Dipartimento di Educazione e Scienze Umane dell'Università di Modena e di Reggio Emilia. Ebbene, questo signore ha pubblicato un libro che si intitola "tutta un'altra scuola", ha raccontato la sua esperienza con tanti genitori preoccupati per il rendimento e per l'adattamento dei figli a scuola, di insegnanti che hanno chiesto consigli e linee guida. Mentre ascoltavo, mi rendevo conto che sostanzialmente tutte le cose che lui raccontava sono cose su cui io stessa avevo riflettuto, anche in questi giorni, quando mi sono trovata a firmare una petizione contro i compiti a casa.
La scuola, come dev'essere per essere una "buona" scuola? Non credo esiste una regola unica, ma credo che vi siano delle linee di buon senso, a partire dal fatto che la scuola è un'attività esperienziale, che forse dovremmo rivedere le idee sulle "lezioni frontali", che forse invece di continuare ad insegnare le discipline agli studenti invece che chiedere loro cosa sanno. "Se io so una cosa", dice il professor Stella, "tacerla è difficilissimo. Ma lasciarla scoprire è molto più utile". I nostri ragazzi, che vanno a scuola, si possono trovare di fronte ad un insegnante che ripete tutte le volte le stesse cose, oppure un insegnante che si rinnova ogni anno e non si spengne a forza di "ripetere il programma". La scuola che vorrei per mio figlio sarebbe una scuola dove:
- non esiste chi non sa o che sa, ma studenti che si aiutano e collaborano sempre;
- c'è  un insegnante che aiuta e facilita la trasmissione di informazioni, che genera curiosità nei suoi studenti, che fa crescere le loro potenzialità;
- non ci sono più programmi "didattici", con obiettivi scolastici, compiti a casa e delle vacanze;
- orari adatti ai ragazzi a seconda dell'età, non orari assurdi tipo 7:50-13:30... possibile che gli studenti debbano mangiare alle due e poi avere il pomeriggio libero a fare cosa? I compiti?
- si portano i nostri figli all'aperto, ad imparare direttamente dalla natura, la nostra insegnante migliore, cosa accade quando cambiano le stagioni, quando ci sono le stelle, il sole, gli animali;
- si impara prima dal "fare" che dal "come";
- non ci sono banchi in fila, grembiulini o standardizzazioni, ma lezioni seduti a terra, in cerchio o su tavoli ergonomici colorati;
- gli studenti sentano di essere in un posto bello in cui passare tante ore, in cui si va volentieri, in cui si sente che le idee crescono e vengono stimolate;
- in cui non ci sono voti, competizione, giudizio e questo concetto diseducativo ma assai diffuso di primeggiare.
Ricordo la scuola elementare con un po' di incredulità: ricordo la maestra "sotitutiva materna" molto buona ma che mi sembrava anche sempre un po' stanca e ricordo che ci insegnava come mettere l'accento perchè la "a" andava via e piangeva e la lacrima diventava la "'". Se rileggo oggi le pagelle, che tuttora conservo, mi paiono tutte uguali, di una noia mortale, assolutamente inutili. Le scuole medie, poi sono state un coacervo di difficoltà per me, relazioni con le amiche che sono importanti poi diventano fusionali poi disfuzionali, insegnanti o molto entusiasti o estremamente annoiati. Le superiori, non parliamone, un'esperienza terrificante di cui ancora oggi non mi capacito. L'università: un alveare di centinaia di studenti, assolutamente depersonalizzante e alienante in cui poi la vera cultura e apprendimento sono arrivati dopo, per puri sforzi personali.
E' questo che vogliamo per i nostri figli?

venerdì 29 gennaio 2016

the joy of waiting

Diciamo che sono quasi certa di aver "saltato" il ciclo. Mi si potrebbe dire: "madonnaaaaaa!! Fai il test!!!"... ma... no. Non "sento" di essere incinta, forse non lo voglio sentire, forse lo voglio e non lo sento. Un'amica, l'altro giorno, mi ha detto: "mamma mia, non so come fai, io ho fatto il test praticamente il giorno dopo che ho saltato il ciclo". Partorirà tra una quindicina di giorni. Il suo è stato però un metodo "scientifico": test clear blue, copula comandata nel momento dell'ovulazione. Attesa ed esito positivo. Io non sono così, noi non siamo così. Come siamo allora?
Perchè non ho fatto il test ancora?
Un po' per paura un po' per... paura. Temo tutti e due i possibili esiti. Con una visione matematica questo vorrebbe dire annullare le paure e quindi andare avanti. Non è così semplice. Un po' mi voglio "godere" questo momento di attesa-paura-ansia. Credo che non sia facile da capire. Ci provo.
Il primo figlio, così desiderato, atteso, voluto, che ci ha messo un bel paio d'anni a "materializzarsi" e trasferirsi dai nostri pensieri alle mie ovaie e poi essere oggi quel meraviglioso essere umano che ha riempito la nostra vita di ulteriore felicità è un conto.
Un possibile secondo figlio, dopo quattro anni dal primo, quando tutta la faccenda del pannolino-svezzamento-vaccino si vaccino no-nido-coliche è stato superato è un'altra cosa. Un secondo figlio, a quarantaquattro anni (non li dimostro ma LI HO) è un'altra cosa. Un secondo figlio, quando oramai "non ci pensavi più" (ma non usavi precauzioni) e hai anche metabolizzato il fatto che avrai un altro nipote da un fratello che un altro figlio non era proprio "il caso" (ma sta cicogna possibile che va sempre lì, dicevi) è un'altra cosa. Un secondo figlio che potrebbe essere "figlia" e così scatenare anche tutte le problematiche culturali-femministe-maschiliste-paterne è un'altra cosa.
Lo stesso, penso che ne potrei essere felice.
Perchè mio figlio vorrebbe non essere solo.
Perchè un figlio è un regalo bellissimo in una famiglia che è felice e sta bene.
Perchè un figlio fa crescere ancora di più l'amore che c'è.
Perchè... si.
Quindi si, farò il test, prima o poi, così saprò se devo prepararmi ad uno tsunami emotivo, ad assentarmi dal lavoro, a gestire tutto la questione fisica e organizzativa o abbandonarmi all'idea che in fondo "era meglio così". In ogni caso, andrà tutto bene.
Prudentemente ottimista. 


martedì 12 gennaio 2016

नमस्कार

Quando finisce la sessione di yoga, il maestro si inchina (e noi con lui) e pronuncia le parole "नमस्कार" (namasté) che vuol dire "mi inchino a te" nell'accezione più semplice. Nell'accezione più ampia, onora lo spirito superiore che c'è nell'altro, la divinità che c'è in ognuno di noi.
E' un momento molto bello della sessione di yoga, che conclude una serie di asana che ci hanno faticosamente messo a confronto con i nostri limiti o con il nostro stato del corpo. Non è un gesto formale, ma un modo di ringraziare gli altri e noi stessi dell'impegno che abbiamo messo per quasi due ore. Quando penso a questo gesto, penso a quanto poco spesso faccio questo quando sono alla guida e rivolgo improperi a chi è fermo al semaforo, quando mi innervosisco con qualcuno per qualunque piccola fesseria che "intacca" la mia serenità. Ecco. Sarei la più grande allieva di yoga se fossi capace a dire "namastè" al di fuori dell'ashram. Non si può essere gentili solo in un luogo circoscritto. Non si può meditare solo ad ore. Non è questo il senso.
In quest'ottica, ho sofferto a sentire ieri una coppia di ex pazienti che sono passati a salutarmi e ringraziarmi per aver aiutato il marito ad uscire dal problema della dipendenza da alcol lamentarsi perchè "non è giusto che noi dobbiamo mantenere tutti questi negri". Quando sono uscita dal lavoro e mi sono recata alla stazione, sono passata davanti ad uno dei tanti presidi dove vengono parcheggiati "i negri" e uno di loro, che stava ascoltando musica dalle cuffie, mi ha sorriso e mi ha salutato. Non era un sorriso seduttivo, nè lascivo, nè richiedente. Era un sorriso "namastè".
Mi ferisce spesso essere "al di là del bene", lavorare con persone che hanno commesso reati, abusato di sostanze, fatto male alla gente, sforzarmi con loro di ritrovare un senso e restituire la speranza e poi tornare "nel mondo" e sentire solo sentenze e giudizi, condanne e sepolture morali.
Allo stesso tempo penso a personaggi come Thomas Robert Malthus, vissuto nell'ottocento e le cui teorie sul controllo demografico per impedire l'impoverimento del pianeta, insieme a idee platoniche, di Galton, di Darwin e chi altro ha portato alla nascita dell'eugenetica (= studio dei metodi volti al perfezionamento della specie umana attraverso selezioni artificiali operate tramite la promozione dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi, o eugenici (eugenetica positiva), e la rimozione di quelli negativi, o disgenici (eugenetica negativa), mediante selezione o modifica delle linee germinali, secondo le tradizionali tecniche invalse nell'allevamento animale e in agricoltura basate sulla genetica mendeliana e dalle biotecnologie moderne. Da "Wikipedia").
La sovrappopolazione? Un problema reale? Tra i cosiddetti neomalthusiani è molto diffusa l'idea che l'essere umano rappresenta in quanto tale un pericolo per l'ambiente nel suo insieme e per questo bisogna al più presto dimezzarne radicalmente la diffusione. Queste proposte , tanto semplicistiche quanto pericolose, non rappresentano la soluzione al problema, le quali cause vanno ricercate perlopiù negli estremi squilibri e danni causati dal modello di sviluppo economico attuale, incentrato sulla crescita economica sregolata e sul disprezzo verso la natura e l'ecosistema nel suo complesso. Inquinamento, urbanizzazione selvaggia, deforestazione, specie animali in via di estinzione  e molto altro sono l'altra faccia dello sviluppo e del progresso economico ottenuto a scapito del benessere ecologico e della stabilità ambientale (da "informazione consapevole").
Un dilemma morale, etico, economico, sociale che è davvero complesso. Penso che per affrontarlo bisognerebbe anche parlare di diagnosi prenatale, di controllo delle nascite, di malattie infettive, di guerre e pestilenze, di disuguaglianza economica ma - di fondo - chi sono IO per decidere chi deve vivere e chi no? Il problema è globale e mondiale e non può essere risolto sulla discrezionalità di pochi, impreparati, individui. Sono angosciata da questi problemi e per acquietarmi cerco di rendere il "mio" mondo un luogo migliore e pratico il "namastè". 

domenica 10 gennaio 2016

Gruffalò

Il gruffalò... è il nostro eroe preferito di questo periodo... ha zanne tremende, artigli affilati e denti da mostro di bava bagnati, ginocchia nodose, terribili unghione e un bitorzolo verde sopra il nasone, occhi arancioni, lingua molliccia e aculei violacei sulla pelliccia... sembra mostruoso e lo è davvero ma - in fondo - ci piace molto. Ha avuto anche una piccola gruffalò che va nella foresta a cercare il topo tremendo. Poi c'è Bastoncino, che non è un bastoncino ma un papà di famiglia, poi la strega simpatica di "Room on the broom"... in quest'ultimo periodo, queste sono le storie preferite del mio cucciolo. Donald Duck e cip e ciop.
Oltre ai cartoni animati di
Trascurati per un po' Oggy e i maledetti scarafaggi e i transformers siamo planati nel pianeta delle storie di amicizia, magia e risate. Sono molto felice di questo (temo temporaneo) viraggio nel mondo della fantasia, dei buoni sentimenti, di lupo che fa amicizia con lupetto, di piccolo giallo che abbraccia piccolo blu e diventa verde e subito i genitori non li riconoscono, di brucomaisazio che diventa farfalla.
Mi piace che mio figlio voglia sentire raccontare le storie dei libri (veri) e che le abbia ascoltate così tante volte che le sa a memoria.
Mi piace che  gli piaccia andare a fare yoga, anche se poi è uno yoga giocoso, non "tecnico" ma che lo aiuta a relazionarsi (condivide spazi con altri bambini), a fidarsi (vengono bendati a turno e devono farsi portare in giro), a colorare gli spazi e lasciare andare la fantasia, a rapportarsi col proprio corpo in modo diverso.
Mi piace che nel lettone mi abbraccia e poi dorme per conto suo, dopo che magari, dopo tutti i libri letti, gli ho raccontato la storia di poppy l'uccellino (mia invenzione una sera di sonno tremendo) che va a cinguettare fuori da scuola e così diventano amici per la.. piuma.
Mi piace quando esprime il suo lato creativo e dei lego non si accontenta delle astronavi ma mescola i personaggi e i pezzi per inventarne di sempre nuovi, mi piace quando vuole colorare e poi inventare il fuoco blu e il mare rosso, mi piace quando ascolta e quando chiede e quando esprime i suoi desideri e i suoi ragionamenti.
Mi piace meno quando, come ieri, nell'espressione dell'affermazione di sé, partono tutti i meccanismi di opposizione che tanto  ci fanno imbestialire. Nel buonsenso del momento, cerchiamo di: 1) non perdere la pazienza, non urlare, non alzare le mani; 2) circoscrivere il comportamento di autoaffermazione e armonizzarlo con quelle che sono le "regole" (nella fattispecie riordinare i giochi); 3) esprimere il nostro malcontento. Forse su quest'ultimo punto dovremmo capire che in realtà ogni tappa di crescita comporta anche un comportamento che appare ad un primo sguardo "inappropriato" (e ne vedremo delle belle in adolescenza) PERO', - di fonto - c'è la ricerca della propria autonomia. Il piccolo "mostro" non sa nemmeno perchè fa "quella" precisa cosa, forse perchè è quella che è richiesta in quel momento dal genitore, che vuole "imporre" la propria volontà sulla propria. Per cui il gioco non dovrebbe essere tanto "vediamo chi comanda" ma capire cosa sta conquistando in quel momento e facilitarlo nel farlo, senza però chiaramente prescindere dalla regola, che è giusta. Certo, siamo genitori, non guru della pace e dell'equilibrio, nè super eroi, non possiamo nemmeno mettere in pausa il mondo per riordinare le idee. Ma rifletterci dopo, in un momento di calma, per i momenti che "verranno". Perchè ne verrano ancora e ancora e ancora.
Fino a quando lui non sarà abbastanza grande e forte da non aver più bisogno di affermarsi così.
E solo allora sapremo davvero se abbiamo tutti fatto un buon lavoro, lui e noi.
Fino ad allora dobbiamo necessariamente affidarci al nostro buon senso, al nostro amore, alla nostra voglia di comprendere lui e noi stessi, alla nostra complicità.