martedì 12 gennaio 2016

नमस्कार

Quando finisce la sessione di yoga, il maestro si inchina (e noi con lui) e pronuncia le parole "नमस्कार" (namasté) che vuol dire "mi inchino a te" nell'accezione più semplice. Nell'accezione più ampia, onora lo spirito superiore che c'è nell'altro, la divinità che c'è in ognuno di noi.
E' un momento molto bello della sessione di yoga, che conclude una serie di asana che ci hanno faticosamente messo a confronto con i nostri limiti o con il nostro stato del corpo. Non è un gesto formale, ma un modo di ringraziare gli altri e noi stessi dell'impegno che abbiamo messo per quasi due ore. Quando penso a questo gesto, penso a quanto poco spesso faccio questo quando sono alla guida e rivolgo improperi a chi è fermo al semaforo, quando mi innervosisco con qualcuno per qualunque piccola fesseria che "intacca" la mia serenità. Ecco. Sarei la più grande allieva di yoga se fossi capace a dire "namastè" al di fuori dell'ashram. Non si può essere gentili solo in un luogo circoscritto. Non si può meditare solo ad ore. Non è questo il senso.
In quest'ottica, ho sofferto a sentire ieri una coppia di ex pazienti che sono passati a salutarmi e ringraziarmi per aver aiutato il marito ad uscire dal problema della dipendenza da alcol lamentarsi perchè "non è giusto che noi dobbiamo mantenere tutti questi negri". Quando sono uscita dal lavoro e mi sono recata alla stazione, sono passata davanti ad uno dei tanti presidi dove vengono parcheggiati "i negri" e uno di loro, che stava ascoltando musica dalle cuffie, mi ha sorriso e mi ha salutato. Non era un sorriso seduttivo, nè lascivo, nè richiedente. Era un sorriso "namastè".
Mi ferisce spesso essere "al di là del bene", lavorare con persone che hanno commesso reati, abusato di sostanze, fatto male alla gente, sforzarmi con loro di ritrovare un senso e restituire la speranza e poi tornare "nel mondo" e sentire solo sentenze e giudizi, condanne e sepolture morali.
Allo stesso tempo penso a personaggi come Thomas Robert Malthus, vissuto nell'ottocento e le cui teorie sul controllo demografico per impedire l'impoverimento del pianeta, insieme a idee platoniche, di Galton, di Darwin e chi altro ha portato alla nascita dell'eugenetica (= studio dei metodi volti al perfezionamento della specie umana attraverso selezioni artificiali operate tramite la promozione dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi, o eugenici (eugenetica positiva), e la rimozione di quelli negativi, o disgenici (eugenetica negativa), mediante selezione o modifica delle linee germinali, secondo le tradizionali tecniche invalse nell'allevamento animale e in agricoltura basate sulla genetica mendeliana e dalle biotecnologie moderne. Da "Wikipedia").
La sovrappopolazione? Un problema reale? Tra i cosiddetti neomalthusiani è molto diffusa l'idea che l'essere umano rappresenta in quanto tale un pericolo per l'ambiente nel suo insieme e per questo bisogna al più presto dimezzarne radicalmente la diffusione. Queste proposte , tanto semplicistiche quanto pericolose, non rappresentano la soluzione al problema, le quali cause vanno ricercate perlopiù negli estremi squilibri e danni causati dal modello di sviluppo economico attuale, incentrato sulla crescita economica sregolata e sul disprezzo verso la natura e l'ecosistema nel suo complesso. Inquinamento, urbanizzazione selvaggia, deforestazione, specie animali in via di estinzione  e molto altro sono l'altra faccia dello sviluppo e del progresso economico ottenuto a scapito del benessere ecologico e della stabilità ambientale (da "informazione consapevole").
Un dilemma morale, etico, economico, sociale che è davvero complesso. Penso che per affrontarlo bisognerebbe anche parlare di diagnosi prenatale, di controllo delle nascite, di malattie infettive, di guerre e pestilenze, di disuguaglianza economica ma - di fondo - chi sono IO per decidere chi deve vivere e chi no? Il problema è globale e mondiale e non può essere risolto sulla discrezionalità di pochi, impreparati, individui. Sono angosciata da questi problemi e per acquietarmi cerco di rendere il "mio" mondo un luogo migliore e pratico il "namastè".