lunedì 7 dicembre 2015

This and that

Non so dire quanto sia curioso svegliarsi la mattina, stiracchiarsi come un gatto, voltarsi nel letto e incontrare lo sguardo già vispo di mio figlio che sposta la coperta e mi spiega, indicando gli adesivi sul muro nella sua cameretta (si ho dormito con lui, lo vogliamo considerare una fase di passaggio), chi è lo spiderman rosso, quello nero, chi è bravo e chi è cattivo. Poi torna sotto le coperte e mi chiede: "mamma mi vuoi sposare?". Cioè come dire una di quelle esternazioni che i bambini fanno e che a me hanno sempre fatto storcere il naso in segno di velata disapprovazione, di difficoltà di definizione di ruoli e confini e che ho sempre sperato non accadesse a me. Ma ora, che ho sentito questa precisa frase uscire dalla bocca di mio figlio, vi posso dire che mi ha un po' emozionato. Lì per lì non sapevo che dire e allora ho domandato perché volesse sposarmi. La risposta, tanto ovvia quanto imprevedibile è stata: "il papà è già sposato con te, così lo volevo anche io". Certo. Poi ieri sera mi ha detto che il papà è tanto bravo perché la sera guarda sui libri come si costruiscono le cose (i Lego). In verità lui non sa che il padre si ricava quel momento, dopo che lui dorme, per poter stare tranquillo e rimettere in ordine i pensieri (che non è cosa da poco). La mattina dopo si è messo in piedi sul letto e mi ha detto: "mamma vedi che sono piccolo ancora? Tu sei grande! Io voglio diventare grande come il papà". Che tenero... il papà lo guarda e mi dice: "non può rimanere sempre così?". Eh no, deve diventare grande davvero, cittadino del mondo, conoscere tutte le bellezze (e le miserie) del nostro mondo, avere le sue delusioni, le sue scoperte meravigliose, innamorarsi e poi essere tradito (o tradire), fare amicizia e poi cambiare amici. Ora tutto il suo mondo siamo noi, i suoi compagni di scuola, qualche amico altro, la baby sitter, i suoi giochi, i cartoni animati, i nonni.
A tal proposito, ieri mattina mi è venuto il pensiero del mio, di papà. Come mi piacerebbe vederlo ora interagire con mio figlio e - a dispetto di quello che dice mio marito (che era nel suo mondo e non coglieva tanto l'esterno, non per incapacità ma per una sua precisa volontà) - io sono persuasa che sarebbe stato imprevedibile e bello vederli insieme. Immagino il mio piccolo che lo subissa di domande su questo e quello e lui che si divincola nelle spiegazioni e -chissà - forse riscopre qualcosa che non c'è più. Perché tutto passa, dal dolore di una perdita ad una malattia. Ciò che rimane, nella memoria degli atomi, è il ricordo, la memoria, le sensazioni e i desideri. E non saprei mai dire quanto di tutto questo sia legato alla nostra paura di perderci ma è pur vero che nei nostri figli riviviamo noi stessi e speriamo sempre, comunque, di migliorarci.