domenica 30 ottobre 2016

Children and religion

Qualche giorno fa, mio figlio ha detto, di punto in bianco (come solo i bambini sanno fare...): "papà, sai da dove veniamo tutti?" e lui, incurisito, ha chiesto di rispondere. Mio figlio ha allora detto: "Dio ci ha creati tutti... poi è diventato il sole. Ma non si vede". Quando mio marito me l'ha raccontato, sono rimasta di sale. So che frequenta religione a scuola (abbiamo preferito così per farlo stare con gli altri compagni, per il momento) e so che hanno sempre impostato la cosa "raccontando delle storie" in modo quasi giocoso (in fondo frequenta la scuola materna). Mi domando però quale sia il confine tra "racconto" e "indottrinamento". Con indottrinamento intendo una sorta di propaganda ideologica per convincerti di qualcosa, alla stregua di una pubblicità particolarmente insistente, che ci porta poi a percepire bisogni e idee che non avevamo in precedenza. Quando mio figlio ha poi detto a me la stessa cosa che ha raccontato al padre, senza pensarci gli ho detto sorridendo: "guarda, di una cosa sono sicurissima: a te ti abbiamo 'fatto' tuo padre ed io...". Ci ho poi pensato molto, nei giorni successivi. Più mio figlio cresce, più diventa importante poter fare delle scelte "giuste" per lui, per la sua crescita, per le sue capacità decisionali. Non ho personalmente nulla contro la religione, purchè sia frutto di una scelta consapevole e che non costituisca, appunto, indottrinamento estremo.
Le religioni sono state in passato (e per molti ancora) spiegazione del mondo, talvolta dispensatrici di terrori o speranze, fonti sanzionatrici, suggestioni poetiche e modelli di vita, ciclicità stagionali e di festività. Le religioni, con le loro iconografie hanno abbellito o abbruttito il mondo, hanno creato un immaginario permeando cultura e popoli.
Quello che mi piace meno è che scuola e religione si siano fuse troppo, in uno Stato che dovrebbe continuare ad essere laico e come tale scevro da altre influenze, che troppo spesso vediamo in ospedali, scuole e aule di giustizia. Se penso a cosa vorrei per lui, per mio figlio, penso che tanto per cominciare vorrei un corpo in salute, che sappia usare in tutte le sue forme espressive fisiche, emotive ed intellettuali, vorrei che viva immerso nella natura e nel mondo, nel variegato mondo di tutti gli esseri viventi. Desidero che mio figlio continui ad incontrare altri corpi, della propria o altre culture, idee, linguaggi, che tragga da loro conoscenza, confronto, piacere e compagnia.
Desidero che mio figlio apra la mente a tutte le ramificazioni della natura e delle culture umane, antiche e moderne, umane e extraterrestri, a tutte le variegature della bellezza, del sapere, della scienza, dell'intelletto. Vorrei che i suoi sensi e il suo intelletto si permei del mistero della carne, che discerni il reale dall'irreale, il vero dal falso, l'autentico dall'inautentico, che abbia una mente indipendente.
Vorrei, ancora, che il suo cuore conosca l'emozione e il turbamento del contatto e dell'appagamento sessuale, affettivo, intellettuale, con slancio e fiducia, con grande curiosità e che conosca il sentimento della pietà, dell'empatia, della giustizia e dell'etica, scevre da ogni teologia. 
Vorrei che vivesse una vita di gioco, di avventura, di creazione, di fantasia e di contemplazione e di un'entusiasmo sempre vivo di fronte al mistero della vita e all'impermanenza dell'essere.
Avrei profondo timore nella partecipazione a gruppi religiosi, boy scout e parrocchie, che con l'apparente attività ludica o di condivisione, tendono a voler conservare i bambini dentro il recinto della religione, asserviti ad un concetto che non possono comprendere del tutto.
Vorrei, infine, che mio figlio fosse educato al "realismo": una visione in totale antitesi alla religione
Il realismo inteso come organo complesso, dotato di spirito scientifico, esperienze di vita, umorismo, vastità di orrizzonti, capacità di osservazione, logica, sensualità (inteso come i cinque sensi o i sei), equilibrio affettivo. 
La religione (ho esperienza, lo confesso, solo della cattolica ma sospetto che molte si somigliano in questo), utilizza una miriade di simbolismi, di sacramenti, effetti soprannaturali, proiettati nella cosiddetta "caverna di Platone", una sorta di raccolta di favole moderne popolate di angeli custodi, mamme celesti, ambienti luminosi e una promessa di ritrovamento, oltre a crocefissi, grossi dipinti di legno, rosari, incensi e tende di panno pesante. Ricordo con particolare sgradevolezza il momento della comunione, quando eravamo "imboccati" di questo lembo di carta che non andava masticato ma "assorbito" perchè quello era il corpo di Cristo. Ricordo che l'ostia mi si appiccicava sempre ai denti e quando rimanevo in raccoglimento non sapevo mai a che avrei dovuto pensare mentre stavo lì e spiavo, attraverso le mani intrecciate, le altre persone, il passo pensoso, lo sguardo perso nel cielo e mi domandavo cosa mi mancava per sentirmi così estranea al tutto. Ricordo anche, con altrettanto straniamento, il momento della "confessione" (del giudizio?), l'atto con cui dovevamo rivolgerci al parroco al di là di una grata imbevuta dell'alito di decine di persone, il momento in cui dovevamo dire cosa avevamo disatteso delle regole dettate dai dieci comandamenti e poi la recita dell'atto di pietà, dell'eterno riposo, delle filastrocche rassicuranti e pappagallesche. Ricordo che uscivo sempre dal confessionale perdonata ma non capita.
Io vorrei per mio figlio la libertà: di pensiero, sessuale, emotiva, fisica. Vorrei che fosse fuso col mondo ma che mantenesse intatto il suo, di mondo. Spero di non volere troppo per un solo uomo.