giovedì 12 febbraio 2015

Grown (despite me)

Impietosa. Questo, mi viene in mente, spesso, quando racconto di me bambina. Non è possibile che sia stato tutto negativo no? In fondo oggi mi sento abbastanza equilibrata, serena, fiduciosa. Quindi non è che i miei genit
ori possano aver fatto un lavoro tanto malvagio no?
Eppure se devo pensare alle cose principali, le più "forti", le più "emotive", mi vengono in mente tante cose negative. Che brutto avere tutti questi buchi nella memoria, tutti questi vuoti.
Oggi vedo mio figlio, a tre anni e 2 mesi, mi sembra già così grande. Eppure così piccolo ancora.
Vorrei poter avere il potere di fare un salto a ritroso nel tempo e poter sostare un po' in quel piccolo spazio temporale di quel preciso momento....il momento "perfetto": quello in cui mio marito ed io abbiamo capito di appartenenerci, entrambi vestiti di bianco. Lui che mi afferra il braccio e mi dice, sorpreso: "ma allora, esisti". Non me lo dimenticherò  mai. Come la prima volta in gommone con lui, divisa tra la malinconia e la gioia più profonda. La quiete del mare da lassù in mezzo alle cicale che cercano sollievo dal caldo, il profumo di fichi e di mirto. La prima volta, di tutto. Quel momento perfetto in cui abbiamo deciso di vivere insieme. Tutto è sembrato improvvisamente possibile e vero. E poi quello in cui siamo stati insieme, mano nella mano, a dirci davanti a tutti che volevamo essere sposati, quell'anello che mi ha infilato al dito con la promessa più bella del mondo per me e che non ho tolto mai più, nemmeno per pulirlo. Il momento perfetto, quando siamo entrati in questa casa, dove siamo ora, dopo essere entrati in mille case estranee, belle e brutte, grandi e piccole, e abbiamo capito che era quella casa "nostra". Ed è stata nostra (per ora, della banca...).
Quel momento in cui abbiamo capito che c'era la vita dentro di me e tutto è cambiato di nuovo, la mia pancia era piena di amore e di promesse ed io mi sentivo la donna più felice del mondo. Volevo un maschio, volevo un bimbo, volevo dargli tutto quello che potevo. E poi è nato, un maschio, uguale a suo padre. Il nostro Natale, il nostro Avvento, il nostro giorno benedetto. Siamo diventati famiglia, siamo diventati grandi. Non correvamo più su per il sentiero con la vespa per riuscire a fotografare il sole prima che sparisse sotto l'orizzonte, a ridere come scemi di notte perché non riuscivo a dire "hai sentut a ciucciuè?" in napoletano. Non eravamo più quelli che parlavano per ore su Skype o andavano al cinema a vedere tre quattro film e poi al pub con gli amici di "giù". Siamo stati famiglia, grandi e responsabili. Mi ricordo il peso minimo eppure grandissimo di mio figlio di pochi giorni, addormentato fiducioso sul mio petto, che respira piano e mi sembra la cosa più importante del mondo. E poi i suoi sorrisi, quelli veri, i suoi suoni, quelli grandi, le dita perfette che si stringono a me, in cerca di qualcosa. E stamattina corre nel bagno, mentre finisco di vestirmi e truccarmi e mi dice "mamma mi aiuti a colorare il treno?". Come faccio a dirgli di no, che è tardi. Gli dico ok prendi il giallo e il rosso e torna qui, coloriamo il treno poi andiamo. Salta in piedi, mi dice va bene non muoverti mamma torno subito. E così un nuovo momento perfetto, fissato nell'ambra nei nostri pensieri: chinati noi due sul tappeto del bagno che coloriamo il treno, incuranti del mondo là fuori perché tutto quello che ci serve è lì, anche papà che si affaccia alla porta e sorride.
Da un parte provo un'emozione così forte da essere quasi angosciata, al pensiero di quanto sta crescendo in fretta. Vorrei fermarlo e dirgli di aspettare, che non sono pronta, che rallenti un po', che potrà farlo ma che non mi dica così d'improvviso che vuole vestirsi da solo, che posso aspettarlo da un'altra parte che lui deve finire una cosa, che sta un po' col papà. Non sono pronta. D'altra parte sono felice di ogni sua conquista, di ogni sua novità, di ogni cosa che lo fa sentire più autonomo, più grande, più indipendente e quindi anche più competente. Com'è difficile rinunciare all'idea che siamo tutto il suo mondo, che un giorno non sarà più così, perché avrà i suoi amici, le sue passioni, spero una persona speciale con cui condividere momenti perfetti, come è stato per me. Anche per me i miei genitori non sono stati tutto il mio mondo per sempre. Ricordo ancora benissimo quando volevo scappare di casa, ero stanca delle sfuriate di papà, stanca di aver paura, di quella tensione nell'aria come quando sta per scoppiare un temporale. Ma mio fratello mi convinse a non farlo. Credo non fece molta fatica in verità, perché sapevo che non avrei saputo dove diavolo andare. Ma quando poi ho scoperto che i miei genitori non erano tutto il mio mondo, la storia è cambiata.
E così sarà per mio figlio. Ma spero comunque gli rimanga l'idea che siamo stati un mondo felice, da ricordare con piacere e un po' di nostalgia. Perché sebbene la vita mi ha offerto solo quest'unica chance di creare la vita, voglio metterci tutta me stessa. Se avessi avuto più figli non so se sarei più felice, sarei più indaffarata, preoccupata forse. Certamente lui, il primo, sarebbe meno investito dai cupi timori che a volte mi assalgono.... sarà felice? Sarà sano? Sarà responsabile e rispettoso? Lascio alla notte il compito di dispiegarli su un fiume che fluisce leggero e li porta lontano, mentre io viaggio e ripercorro i momenti perfetti, sgranando le perle dei ricordi, come un rosario un po' profano. La memoria, che cosa bizzarra.