Che lavoro faccio?
Il che vuol dire "maneggiare" molto spesso: infelicità, fallimenti, dolore, malattie, aggressività, solitudine, reati vari ed eventuali, degrado e poche, pochissime, soddisfazioni.
Il che vuol dire essere sostenuti da una grandissima motivazione, perchè - per contro - non c'è un grande guadagno economico, prestigio, orari comodi, week end liberi, grandi soddisfazioni lavorative e personali. Niente di tutto questo anzi.
Lavorare con questo tipo di problematiche è davvero difficile ma per due motivi fondamentalmente: il primo è che non possiamo sostituirci a chi deve poter scegliere se vuole e se può cambiare stile di vita. Il secondo motivo è che si instaura spesso con i pazienti un rapporto che è anche un po' "personale" ma che deve essere anche molto "impersonale". Il che significa che, usciti dal luogo di lavoro bisogna lasciare dentro i muri dell'edificio tutto il carico di negatività che si è dovuti assorbire.
Tra poco andrò a casa dalla mia famiglia, mio marito e il mio bimbo e là ritroverò una parte di me che è quanto di più bello c'è nella mia vita. Berrò una tisana, mi siederò a giocare con mio figlio, terrò la mano a mio marito e poi andremo a dormire. Là c'è la mia vita. Là c'è la mia pace interiore.
Questo non mi fa sentire indifferente nei confronti delle persone a cui mi dedico, anzi.
Se io non avessi una vita "normale" fatta di gioie normali, di dolori normali, non potrei mai aiutare chi non sa cosa sia, a desiderare di provare a capirlo, almeno una volta.