mercoledì 9 aprile 2014

Inner peace

Mezz'ora fa mi è stato chiesto: "Io a volte mi chiedo perchè fai questo lavoro...". Ho risposto, istintivamente: "Perchè so che poi vado a casa". Giusto un paio di ore prima invece, mi è stato detto che faccio quello che faccio perchè cerco di far "saltare" le persone in modo che se ne vadano col loro fallimento. Ma io non sono una sadica... al massimo, a fare questo lavoro una m-a-s-o-c-h-i-s-t-a!
Che lavoro faccio?
Lavoro con persone che hanno una dipendenza, da alcol, droghe, gioco, ecc.
Il che vuol dire "maneggiare" molto spesso: infelicità, fallimenti, dolore, malattie, aggressività, solitudine, reati vari ed eventuali, degrado e poche, pochissime, soddisfazioni.
Il che vuol dire essere sostenuti da una grandissima motivazione, perchè - per contro - non c'è un grande guadagno economico, prestigio, orari comodi, week end liberi, grandi soddisfazioni lavorative e personali. Niente di tutto questo anzi.
Lavorare con questo tipo di problematiche è davvero difficile ma per due motivi fondamentalmente: il primo è che non possiamo sostituirci a chi deve poter scegliere se vuole e se può cambiare stile di vita. Il secondo motivo è che si instaura spesso con i pazienti un rapporto che è anche un po' "personale"  ma che deve essere anche molto "impersonale". Il che significa che, usciti dal luogo di lavoro bisogna lasciare dentro i muri dell'edificio tutto il carico di negatività che si è dovuti assorbire.
Bisogna essere capaci, e come noi che facciamo questo lavoro, tutti coloro che hanno mestieri "dedicati" agli altri, essere in grado di salvaguardare se stessi, la propria famiglia, i propri valori, la propria forza interiore. E' importante ricreare una pace interiore, quando si torna a casa.
Tra poco andrò a casa dalla mia famiglia, mio marito e il mio bimbo e là ritroverò una parte di me che è quanto di più bello c'è nella mia vita. Berrò una tisana, mi siederò a giocare con mio figlio, terrò la mano a mio marito e poi andremo a dormire. Là c'è la mia vita. Là c'è la mia pace interiore.
Questo non mi fa sentire indifferente nei confronti delle persone a cui mi dedico, anzi.
Se io non avessi una vita "normale" fatta di gioie normali, di dolori normali, non potrei mai aiutare chi non sa cosa sia, a desiderare di provare a capirlo, almeno una volta.