domenica 2 ottobre 2016

Changes

Mi ricordo benissimo quando ero incinta, già dalle primissime settimane, mi veniva assolutamente istintivo tenermi la pancia (che ancora non c'era) e sostenerla, come se da quel gesto dipendesse la vita e la salute di mio figlio. Era una cosa che avevo notato un giorno, quando, complice l'infradito, ero inciampata e ancorchè toccare terra, mi ero rimessa in piedi e mi ero resa conto che tenevo saldamente la pancia. Lo stesso accadeva nei mesi successivi, quando la prominenza si faceva più importante e forse il gesto meno "strano". Quindi è venuto al mondo l'erede, piccolo fagotto di poco più di 400 grammi, che, uscito indenne da inciampi e disordini alimentari, è risultato sanissimo (forse non grazie al fatto di aver sostenuto la pancia). Mi ricordo che anche con il piccolotto era assolutamente istintivo tenerlo in braccio "in un certo modo" per sostenere la testa, ancora incapace di rimanere sollevata, poi - in seguito - le "manovre" per la digestione, per le coliche, per tutto quanto. Come se, nel restare incinta, avessi immediatamente fatto riferimento ad un manuale già in mio possesso. Non ho osservato la stessa naturalezza - in generale - nei padri, che generalmente richiedono qualche dritta in più per mantenere in braccio i neonati, per superare qualche timore iniziale o per "manovrarli" correttamente.
Questo modo di agire istintivo, prerogativa prima di tutto delle mamme, è sicuramente funzionale alla cura dei cuccioli, così come il messaggio di tenerezza che essi scatenato in loro. Ad una neo mamma, per quanto stanca o dolorante, la vista del proprio bimbo che dorme, che cerca il seno o che è in evidente concentrazione da "evacuazione" produce una tenerezza infinita e questo dura, ho notato, tutto il tempo necessario per svezzare madre e figlio da questa indissolubile necessità di protezione e di produrre una sorta di incubatrice affettiva e fisica. La medesima tenerezza la provavo anche quando, nel parco con il mio neonato, osservavo gli altri bimbi, sgraziati come il mio, che muovevano i primi passi, che facevano rigurgitini o le prime lallazioni.
Oggi, che mio figlio ha quasi cinque anni, mi rendo conto che non provo la medesima emozione nell'osservare i neonati, nel tenerli in braccio, nel conoscerne le abitudini quotidiane.
E' come se fosse passata la fase della "cacca e pappa" e fossimo nel mondo sconfinato della parola, del gesto fisico, della crescita. Non c'è più bisogno che io protegga mio figlio fisicamente sempre e comunque da ogni spigolo, da ogni avversità della vita, ma ora c'è bisogno che io sia in grado di rispondere alle sue domande, di rinforzare le sue conquiste o redarguire i comportamenti scorretti o dannosi. Insomma, devo essere presente ma più silenziosa, più defilata, più osservatrice che partecipatrice. E' un grosso cambiamento: ricordo quando il mio piccolo mosse i primi passi: ero al telefono, ho lanciato l'apparecchio lontano e ho chiamato il padre, mi sono salite le lacrime agli occhi. Oggi vedo mio figlio che si arrampica sull'albero in alto e poi più in alto e poi più in altro e mi mordo le labbra, sto zitta, non dico stupidaggini come "attento che cadi" o - peggio - "scendi che ho paura". Lo lascio fare ma sto sotto, lo osservo, sto pronta a recuperare un'eventuale caduta, facendo finta di niente. Lascio anche spazio per una risata, quando lui poi, scendendo, mi dice "tranquilla, mamma che scendo, non disperarti". Siamo nell'età che più che sorrisi e coccole valgono i discorsi e i ragionamenti, più che le pappe valgono le capriole e i gesti più significativi. Come quando mi chiede se lo preferivo quando era piccolo. No, gli dico, perchè è vero. Lo preferisco prima ed anche ora. MI piace vederlo crescere e crescere con lui, anche se mi pare sempre un po' più lentamente di lui. Un po' meno efficacemente di lui. E allora gli domando anche io una mano e lui, a differenza di prima, oggi me la può dare.