mercoledì 14 ottobre 2015

things that happens at school

Certe volte penso a come cambierebbe la nostra visione della scuola e dell'operato di maestre ed insegnanti se ci fosse possibile avere una visione costante dello svolgersi della giornata scolastica (per esempio con una web cam) e come cambierebbe, di conseguenza, il loro modo di agire. Dico questo perchè essere osservati mentre siamo al lavoro sicuramente influenza molto le nostre azioni, essere "visibili" ci rende in qualche modo "vulnerabili" al giudizio, al nostro bisogno di riconoscimento, di autostima, di ruolo sociale.
Lo stesso dicasi di come cambierebbe tutto il nostro "immaginario" rispetto al modo di relazionarsi e di gestire una classe di bambini. E' una cosa delicata, affidare i nostri figli ad un adulto, anche quando quell'adulto è una persona che ha un ruolo istituzionale, riconosciuto, per cui si è preparata ed ha un certificato e diploma. Affidare i nostri figli significa rinunciare a stare con loro, ad essere partecipi della loro quotidianità, accettare il fatto che possano fare delle conquiste e compiere delle azioni nuove in nostra assenza. Significa anche fidarsi di come queste persone li educano, si prendono cura di loro, li rassicurano o li fanno sentire arrabbiati.
Quando mia mamma è andata a scuola lunedì a prendere mio figlio e mi ha riferito che era arrabbiatissimo (come non l'aveva visto mai) perchè era stato sgridato per aver dato uno schiaffo sulla mano di una bidella, mi sono sentita immeditamente attraversata da una serie di emozioni forti: rabbia, agitazione, preoccupazione, sopruso. Mi sono resa conto successivamente che non ho tenuto conto dell'eventuale elemento educativo, nè che mio figlio avesse commesso realmente un'azione che andava redarguita,  ma ho assorbito solo l'aspetto sanzionatorio nudo e crudo e le conseguenze che questo ha avuto su mio figlio.
Giusto o sbagliato che sia, questo sentimento riflette proprio il fatto di affidarsi e di fidarsi di persone che conosco in effetti poco, di cui non conosco i valori, le emozioni, le origini di provenienza. Non sono amici, non sono parenti, non sono baby sitter o persone con cui io condivido gusti, sapori e provenienze. Questo fatto, insieme all'idea che ventisei bambini, tutti diversi tra loro per origini, carattere, storia familiare, abitudini, debbano per forza essere trattati allo stesso modo, mi fa rabbia, mi ripugna, trovo che tradisce il senso dell'educazione scolastica, che dovrebbe poter permettere un'offerta formativa individuale, che rispetti tutti loro. Il che non significa accettare azioni violente o maleducate o contrarie al buon senso o alla sicurezza. Ma significa poter consentire ad ogni bambino di esprimere se stesso, nel suo processo di crescita, nella sua costruzione di identità e nelle sue insicurezze. Utopia, mi rendo conto.
La scuola, oggi, è ancora e più ancora del passato, organizzata per generare bambini il più possibile "educati" che significa addestrati, che significa adattabili, malleabili, senza iniziativa personale. Almeno così mi sembra e probabilmente sto pure esagerando ma sentire la maestra arrabbiata perchè mio figlio dice "cacca" ma non tanto perchè dice "cacca" ma perchè lo dice "fuori contesto" mi fa sorridere e rabbrividire allo stesso tempo. Se non lo si dice "fuori contesto" non fa ridere no?
Ogni bambino, arrivato all'età di quattro anni, diventa più definito nel carattere, nei gusti, nell'identità sessuale, nelle scelte di giochi e così vedo che mio figlio è più "maschiaccio", più "fisico" e fa scelte di conseguenza. Così come lui anche altri suoi compagni. Possibile che per adattarsi bene debbano rinunciare già a questa età alla loro individualità e ai loro modi giocosi di comprendersi?
Vorrei osservare dunque le maestre, capire come "educano" i nostri figli ma allo stesso tempo non lo vorrei, perchè potrei scoprire semplicemente che anche loro la pensano come me ma che non possono proprio materialmente permettersi un atteggiamento più "morbido" che si tradurrebbe in anarchia totale. Manca il personale, manca la cancelleria, mancano i soldi. La solita solfa.
E chi la paga? Gli adulti di domani. Che tristezza.