Non l'ho mai fatto. Giuro. Non lo farei mai. Non ho mai detto a nessun genitore di non far vaccinare il proprio figlio. Credo che sia una scelta personale e individuale, da discutere in modo attento e serio all'interno della coppia genitoriale, della famiglia, dei medici e di chiuque si ritenga. Ma non sono cose per cui rivolgersi ad internet o a fonti qua e la. Io mio figlio non l'ho fatto vaccinare. Nessuno mi ha detto di non farlo. In tanti però mi hanno detto di farlo. In tanti mi hanno detto che non farlo è un'azione quanto meno rischiosa. Posso leggerlo come "sei un genitore cattivo" ma non lo faccio. Tante cose vengono dette al parco o in sala d'attesa o fuori dalla scuola, tra genitori e so che raramente c'è cattiveria o malizia. Nella trasmissione di esperienze tra genitori c'è solo il nostro vissuto, le nostre emozioni, le nostre preoccupazioni. Ognuno di noi ha bisogno di credere o di sapere che sta agendo per il meglio per il proprio figlio. Ma questa è una sicurezza che nessuno può darci. Sfido qualunque genitore a dire che non ha mai, nemmeno una volta, dubitato di aver fatto la cosa giusta per il proprio figlio, in qualunque cosa sia: educazione, alimentazione, abbigliamento, hobby, cura.
Quello della medicina però è un'ambito che tocca corde diverse, più profonde ed emozionali. La malattia, la morte, la prevenzione, i rischi, i danni del fare o non fare una cosa sono difficili da affrontare.
C'è chi si fida completamente del proprio medico ed io invidio davvero queste persone, lo giuro. Vanno dal medico o dal pediatra e chiedono cosa fare, seguono quello che dice. Io faccio fatica, devo capire, devo sapere cosa succede, cosa succederà, come funzionano le cose. E questo mi manda spesso nel pallone, nella confusione... poi quando succedono cose come a mio nipote mi sento smarrita. Sindrome di Kanner. O autismo. Il prezzo da pagare per proteggersi. A quanto pare raro. Difficile da correlare. Ma poi, di fatto, che importa? Alla fine, quello che resta, è una famiglia carica di dolore, di confusione, di senso di ingiustizia, di solitudine. Quello che rimane sono cartelle mediche, esami, un figlio che dovrà essere sostenuto tutta la sua vita, che finirà forse per essere anche un peso per la sorella. Quello che rimane è tutto il bagaglio emotivo interiore. Il vissuto di ognuno di noi di fronte all'inesplicabile e misteriosa facilità con cui si inciampa nelle proprie scelte, nel destino, nella scienza. Ognuno dia la propria risposta. La mia è non dire mai agli altri cosa fare. Ho già il peso delle mie, di scelte. Non voglio quello degli altri. Non è giusto e poi sono sicura che non sarei in grado di reggerlo.