Sono immediatamente colpita dalla notizia su Brittany Maynard a cui è stata diagnosticato un terribile tumore al cervello all'età di 29 anni, poco tempo dopo essersi sposata. Brittany, rivoltasi al medico per dei fortissimi mal di testa, ha avuto in breve tempo la tragica diagnosi, legata alla sottile speranza che, in seguito ad un'operazione (effettuata dopo Capodanno), avrebbe potuto ristabilirsi se non definitivamente almeno per un lungo periodo (anche 10 anni) per vivere un'esistenza "normale". Purtroppo dopo pochi mesi si sono ripresentati i mal di testa e con essi il tumore, ancora più agguerrito di prima, togliendo ogni possibile speranza di sopravvivervi più di qualche mese.
La donna ha quindi deciso, confrontandosi con marito e famiglia, di non sottoporre se stessa ad ulteriori terapie, dolorose ed invalidanti quanto inutili, e non obbligare le persone che ama a dover sopportare la dolorosa convivenza con una morte progressiva quanto inevitabile.
Si è informata, si è trasferita in Oregon dove è consentita l'eutanasia e ora si sta "preparando".
Dice Brittany: «Non c’è una sola cellula del mio corpo che vuole morire. Voglio vivere. Proprio per questo però, dovendo morire, ho scelto di farlo alle mie condizioni. Godrò a pieno ogni istante della mia esistenza, finché potrò. Poi morirò. È una scelta etica, perché è la mia scelta».
Il 30 ottobre festeggerà per l’ultima volta il compleanno del marito. Due giorni dopo si stenderà sul letto di casa sua, con lui, i genitori e il suo migliore amico al fianco, e prenderà i farmaci che le sono sati prescritti per poter morire senza sentire dolore.
Ho letto l'articolo tutto d'un fiato, con la tazzina sospesa a mezz'aria, il caffè oramai freddo. Ho chiuso il giornale dicendo "che storiaccia brutta, mamma mia". Il collega e il paziente mi hanno guardato incuriositi. Vi sono notizie che - più di altre - ci colpiscono ed entrano in noi come una piccola freccia avvelenata. Ho sentito un'enorme pena per questa donna così giovane, per suo marito e la sua famiglia, una grande ammirazione per il coraggio con cui ha saputo affrontare questo dramma terribile, per come Brittany si sta battendo per aiutare molte persone a conoscere altre possibilità di "uscire di scena" evitando inutili e dolorose sofferenze. Ho sentito il peso di tutta la vacuità di tante mie piccole insoddisfazioni e lamentele, quella incostante consapevolezza dell'enorme fortuna che ho, ad essere sana, avere un marito e un figlio sani e sereni. Non solo non è poco. E' tutto ciò che conta.
In questo, stare bene, porta in sè il paradosso e l'incongruenza di dare alcune cose per scontate, anche le più banali e semplici che per me sono assodate ma per altri sarebbero preziose come l'aria che respiriamo. Eppure questa è una lezione che non si impara mai del tutto: svanito l'effetto "empatico" dell'impatto di una notizia, si torna alla normalità, secondo un processo dolorosamente necessario per non vivere in continua eccezionalità. Dobbiamo essere "normali" per non accorgerci della nostra "eccezionalità" e fortuna. Se ne fossimo continuamente consapevoli ne saremmo ossessionati così come del fatto che tutto questo avrà fine, prima o poi.
Ma l'ammirazione e il dolore di questa notizia, ora, sono dentro di me e non posso che pensare che la tragicità di notizie come questa ci impone, per quanto riusciamo, di apprezzare quello che abbiamo.