Acoltando questa meravigliosa canzone di Gershwin, cantata da Etta James, con gli occhi lucidi e pieni di emozioni... penso a mio papà.
Ho tanta paura di dimenticarlo... nel bene e nel male.
E' passato quasi un anno da quando hai lasciato questo mondo terreno per andare altrove.
Sei bello, con la camicia blu di cotone che volgi lo sguardo altrove (so che mi stai cercando in mezzo alla folla) il giorno del mio matrimonio. Sei sorridente, rilassato. Se penso che nemmeno ci volevi venire! E come ti sei divertito invece...
L'altro giorno spolverando le mensole sopra il letto ho aperto il profumo che usavi, di cui ho conservato un boccettino, praticamente finito. Con il profumo è salita dentro di me una nuvola di ricordi, pensieri, sensazioni, emozioni. Sono rimasta in piedi, con lo sguardo stregato, a berli tutti.
Ho paura di perderti, tra le pieghe del tempo, nell'affannarsi della quotidianità, delle relazioni, degli impegni. Ho paura di non ricordarmi più la tua "consistenza fisica", il tuo timbro di voce, la tua risata, di non riuscire più a vedere il modo in cui guardavi, sorridente o riflessivo, attorno a te.
Il tempo guarisce le ferite, ma si porta via con se anche tanti ricordi, sbiadisce un poco i colori. Non voglio che succeda, mi impongo di tenerti stretto a me, anche se so che sei dentro di me.
Ricordo quanto mi piaceva da bambina stare "a capelli", seduta sulle tue spalle, esattamente come faccio oggi con mio figlio. Ricordo quante volte fingevo di essermi addormentata sul divano per farmi portare a letto in braccio. Ricordo quante cose mi hai insegnato a fare, con il tuo senso pratico, con la tua puntigliosità, che spesso si traduceva anche in un eccesso di zelo.
Ricordo anche tante cose brutte, papà e lo sai. E quando (raramente) mi capita di perdere la pazienza con mio figlio sento che mi sale una tempesta dentro, l'altro giorno mi sono chiusa in macchina e ho urlato, per scaricare la rabbia. Rabbia di che poi? Non farò a lui le cose che tu hai fatto a noi e voglio un giorno poter dire che tu ci hai insegnato anche questo: come NON si ottiene il rispetto. Perchè il rispetto che ho per te l'ho trovato dentro di me, in qualche recesso nascosto, non l'ho imparato dalle tue mani, la tua voce grossa, il tuo cuore agitato e fragile. Non voglio essere come te, in questo, non voglio essere temuta da mio figlio, voglio che possa provare stima per me, perchè lo ascolto e lo rispetto, anche se questo non significa necessariamente che tutto ciò che fa lo debba condividere in pieno.
Vedo mamma come si è organizzata, nel corso dei mesi, per ridare un senso alla sua vita, che prima, quando c'eri tu, era del tutto imperniata attorno a te, secondo i tuoi bisogni, desideri, capricci.
Vedo come ora fa la nonna quasi a tempo pieno, come si adopera per cucinare le cose che le piacciono (e che tu non volevi mangiare, sperimentare, cucinare), come si gode la sua situazione di autonomia e di libertà e un po' mi fa rabbia. Non avrebbe potuto avere un po' di tutto questo prima? Non dovrebbe funzionare così in una coppia? Ognuno cede un po' di terreno, ognuno soddisfa l'altro, nella misura in cui riesce. Perchè non ha potuto fare la nonna prima? Perchè anche tu non ti sei fatto coinvolgere in questo ruolo? Troppo spaventato dai sentimenti? Troppo a disagio?
Un po' mi fa rabbia questo suo non manifestare mai nostalgia o dolore, nè solitudine, come se alla fin fine non aspettava che questo, così come in fondo tutti noi sapevamo già prima.
E' una sensazione profondamente strana: non posso dire che "mi manchi" perchè ogni sforzo, attenzione, sforzo per far parte della tua vita veniva solo da me, ma d'altra parte vorrei che tu ci fossi ancora, per capire se qualcosa potevamo ancora condividere e discutere insieme.
Ma con te, se ne sono andate tante domande, così come ho avuto tante risposte.
Come sempre, dentro di me.