domenica 22 settembre 2013

Emotions gets you ill.. sometimes

L'ultimo episodio è stato il Fuoco di Sant'Antonio. Ma se ci penso con un po' di calma, posso affermare che ho avuto un'estate difficile: la morte di papà, prima di tutto, che ha lasciato un vuoto non indifferente, dentro di me. Un vuoto pieno di nostalgia e di affetto. Un pieno di ricordi vuoto della presenza fisica di mio padre. Poi tanti piccoli episodi di "fastidi fisici":  una brutta scottatura alla gamba, un dente rotto, un dito del piede tagliato a cui sono stati messi dei punti, herpes labialis ed herpes zoster.
Siamo vittime del nostro corpo, il nostro corpo è vittima delle nostre emozioni. Si perché dite quello che volete, ma tutto parte da lì, dal cuore delle emozioni, che sia il cuore, il cervello o (come penso) il nostro mondo "spirituale" (un insieme dei due). Quando muovo un piede, il movimento parte prima da dentro, poi si esprime tramite i muscoli. Penso un pensiero che poi esce dalla mia bocca, con una vibrazione delle corde vocali. Perciò, non posso non credere che questo continuo pulsare che sento alla schiena sia certamente espressione dei questo virus nei miei gangli nervosi ma anche segnale di qualcos'altro, che non è immediatamente percepibile. 
Quando studiavo psicologia all'università, mi colpiva sempre quanto questa valigia dell'inconscio, che contiene informazioni, passaggi di pensiero ed emozioni che non sono chiaramente espressi nel nostro mondo conscio, influenzino in realtà la nostra vita di tutti i giorni. Da una parte questo pensiero può fare rabbia per la sua poca controllabilità, dall'altra potrebbe diventare un comodo alibi. Chi lo sa. 
Come pensare al nostro corpo come ad una "macchina" fatta di parti che funzionano "comunque sia", in relazione solo secondaria tra loro. In realtà, il nostro corpo, il nostro dentro e il nostro fuori intendo, sono strettamente connessi. E direi di più: sono collegati con qualcosa di più: con le emozioni, con le esperienze quotidiane, con il cibo che mangiamo, con le cose che impariamo e le paure che abbiamo. 
Freud d'altra parte lo diceva che, insieme agli alimenti, digeriamo anche le nostre paure non risolte e i desideri non realizzati.
E' straordinario come il cibo non è qualcosa di "oggettivo" che noi introduciamo in noi e così come entra viene sempre scorporato e assimilato. Il cibo è vivo e cambia il suo modo di essere assorbito dall'organismo in relazione a tante altre cose, come il nostro stato d'animo, la nostra voglia di quel particolare alimento, il nostro bisogno di nutrimento o conforto. E così come il prodursi di pioggia quando aumenta l'umidità dell'aria, così il cibo impatta in modo diverso in noi e diventa, di volta in volta, qualcosa di positivo, energetico e costruttivo o di negativo, intossicante e indigesto. "Siamo quello che mangiamo", proprio vero.
Siamo quello che mangiamo, sia come cibo, che come emozioni ed esperienze. 
Ed io ora mi rendo conto che un po' stressata lo sono, un po' delusa da alcune cose lo sono (eh il famoso secondo figlio, il lavoro che stenta un po', che altro? Bho), un po' ho voglia di cose semplici, cereali integrali, profumi di base, colori rilassanti, silenzio, meditazione. 
Devo pensarci più spesso alle cose di cui ho bisogno, rifletterci con più calma. Perchè prendermi cura di me non è solo lavarmi, tagliarmi le unghie, andare a correre, mangiare un po' sempre le stesse cose e lottare spesso contro una fame nervosa mai sconfitta, seguire ciecamente l'altalena del controllo, della pulizia e poi dell'abbandono totale al piacere e al relax. 
Devo ascoltare di più il mio corpo, che ha un sacco di cose da dirmi, dentro e fuori. Seguo con lo sguardo il percorso dell'herpes e lo traduco dentro di me: insoddisfazione, stress, paure... perdita. 
Voglio bene al mio corpo e voglio bene a me stessa e... mi hanno appena offerto del gelato... "no per carità se no divento tutta ciccia e brufoli!" ho risposto... in realtà non ne ho voglia. Davvero. Silenzio. Mi è arrivata una scarica dalla scapola sinistra. Che vuol dire? Ci sono... devo capire. 
Voglio vivere con consapevolezza, sentirmi benevola verso gli altri e verso me stessa, verso tutto ciò che mi avvelena e mi appesantisce, dentro e fuori. Vorrei godere di ogni singolo momento, qui ed ora e vivere sempre la mia vita con totalità.
Ti avveleni quando lasci che i giudizi degli altri diventino più importanti del tuo sentire.
Ti avveleni quando seppellisci i tuoi sogni e cerchi di dimenticarti di loro.
Ti avveleni quando apri il frigorifero e anestetizzi l’ansia ingurgitando il cibo.
Ti avveleni quando fai della dipendenza affettiva il tuo stile di vita: senza l’oggetto del tuo amore non esisti più.
Ti avveleni quando ti fai da parte, perché pensi di non valere niente, di contare meno di nulla.
Ti avveleni quando vuoi essere perfetta in ogni occasione, imponendoti di essere sempre la migliore.
Ti avveleni quando diventi un’altra da te stessa e muti forma e colore come se fossi una tappezzeria da abbinare all’arredamento.
Ti avveleni quando piangi e ti commiseri come se fossi la più sfortunata del mondo, fino a marcire con le lacrime.
Ti avveleni quando diventi dura e ruvida, pensando che sia l’unico modo per difenderti e farti rispettare.
Ti avveleni quando ti isoli fino ad abitare una terra arida che non fa più crescere vita buona nelle sue vicinanze
Ti avveleni quando smetti di sperare che qualcosa dipositivo possa succedere.
Ti avveleni quando pensi che nessuno possa trovarti interessante, amputando tutto ciò che di affascinante fa parte di te.
Ti avveleni quando sputi contro gli altri la tua rabbia, senza farla fluire con equilibro.
Ti avveleni quando fai dell’odio e del rancore il condimento della tua vita.
Ti avveleni quando non permetti al perdono di sanare le vecchie ferite.
Il veleno emotivo è pericoloso….annienta l’anima.
Simona Oberhammer – (La Via Femminile)