Non
c'è che dire... ci penso e ci ripenso e ho capito (meglio tardi che
mai) che alla fine la vita è un susseguirsi di “abbandoni” e di
“conquiste”. Certo, detto così sembra banale ma – se ci penso
– vuol dire che si costruisce un “nido” nella pancia di nostra
madre, si cresce e si diventa ad un certo punto capaci di uscirne e
ci si affaccia al mondo. Poi, si impara a gattonare e si è pronti
per iniziare ad esplorare lo spazio attorno a noi, poi si cammina e
si esplora quello più distante e più in alto. Poi si esce di casa
per entrare al nido e lì ci si confronta con la presenza/assenza dei
nostri genitori, con il contatto con altri bambini, con altri cibi. E
poi...? Si abbandona il lettone...? La tetta? Che altro?
Vedo
che già c'è stato un cambiamento quando, ad un certo punto, andando
a prendere il cucciolo al nido, non mi è corso incontro
immediatamente ma ha esitato un po'... mi ha sorriso poi mi è venuto
incontro ma con calma, senza ansia. Oppure quando gioca, tutto solo,
in un angolo del soggiorno e pare non aver bisogno di nient'altro.
Tutte
conquiste positive, piccoli atolli di autonomia e di crescita a cui
però loro si devono avvicinare con positività e tranquillità ma a
cui, noi mamme in particolare, dobbiamo abituarci e tradurle, dentro
di noi, come un elemento migliorativo non privativo. E su questo
aspetto, in particolare, a volte mi inchiodo. Come se avessi la
tendenza ad essere eccessivamente protettiva (possessiva?) e questo
rischia di far sentire mio figlio poco sicuro.
Questa è senz'altro
una cosa che non voglio.
Non
voglio che il senso di vuoto nel letto, del seno che non “serve
più”, dell'angoscia della separazione, facciano si che io gli
“richieda” di rimanere piccolo. Deve poter crescere in modo
libero e felice senza sentirsi legato da egoismi materni o da pretese
di restituzione. Con le mie difficoltà ci faccio i conti io, lui
deve fare i conti solo con la sua vita. Che sia più bella possibile.
Eppoi, è già faticosissimo così, nella normalità totale, con un bambino sano, sereno, essere genitori, inutile inocularsi l'idea di dover essere perfetti e fare chissà quali grandi cose.
I nostri figli hanno bisogno del nostro amore, della nostra normalità, dei nostri limiti ed anche delle nostre fragilità. Perchè solo così imparano che noi siamo persone come loro, sebbene più cresciute.
Anche se talvolta, quando siamo seduti a terra insieme che giochiamo ai Lego, la differenza non è così evidente come si pensa.