domenica 26 agosto 2012

nursery

Meno sette giorni al "fatidico" inserimento al nido. Intanto il termine "nido" è un po' contradditorio in questo contesto. Il termine si riferisce ad un luogo dove si è stati covati, accolti alla vita e si è imparato a volare. Il "nido" degli umani è un posto dove si portano i figli delle coloro che devono lavorare per vivere o che hanno avuto figli ma senza grande convinzione (sono giudicante si si). Eppoi, "inserimento", che vuol dire? Inoculo a mio figlio un posto dove giocherà con altri bambini, bello si. Ma è così piccolo, ancora non ha completamente formato la sua individualità che già deve suddividere le attenzioni di un adulto con altri piccoli tiranni come lui. Eppoi, il mio piccolo tiranno è proprio in quella fase di "angoscia" (della mamma o sua?) di separazione e scoppia a piangere quando percepisce un distacco, un allontamento da parte mia (o della mia tetta, ancora non mi è chiaro... ai posteri... bla bla). Beh comunque ieri avevo la mia piccola pagnotta (dieci e rotti kg) attaccata ad una gamba con gli occhi lucidi... "mammmmmmaaa" (in modo sbiasciato sottolineo) e mi è venuto istintivo dire "Madonna mi sento una carcerata con i ferri al piede". Brr che cosa terribile. Si potrebbe pensare che sia gratificante tutto questo bisogno di me e delle mie due parti anatomiche sporgenti (oramai quasi del tutto insensibili) ma non lo è. E' angosciante (appunto) perchè mi mette di fronte al dato di fatto: mio figlio, quando mi allontano, ha paura. Paura che io sparisco, paura che lo abbandono, paura che non mi prenderò più cura di lui. E tutto ciò accade a meno sette giorni dall'inserimento nel nido. Che sballo. Detto questo si può solo immaginare quello che provo, considerato anche il fatto che non sono "una di quelle" che hanno voglia di lavorare per rivedere le colleghe, che sentono il bisogno (cito testualmente) "di separarsi per ritrovare se stesse" o che sentono il peso del prendersi cura di. No no, sia chiaro: io non ho un caz-- di voglia di tornare al lavoro, di reincontrare quei sbandatoni che sono i miei pazienti, di condividere il mio spazio di vita con una collega (brava per carità) che è all'opposto di me intuttomapropriotutto, di che so esattamente dove sono e chi sono e quello che vorrei. Quello che vorrei (appunto) e potermi permettere il lusso di non lavorare e dedicare il mio tempo a fare delle cose con mio figlio: gli stampini con le patate, la colla con la farina, il castello incantato con la scatola di cartone, raccogliere le foglie e rotolare giù per la riva (con buona pace della mia costola lussata giocando col carrello della spesa). Quello che vorrei è non dovermi sottomettere alla regola del "mercato": lavoro per guadagnare e pagare il nido che mi sottrae la compagnia e il tempo di mio figlio. Quello che vorrei è non dovermi perdere dei suoi momenti importanti che verranno condivisi con adulti (spero) preparati ma oramai (temo) indifferenti alle piccole conquiste che invece a me e a mio marito ci riempiono di meraviglia: comincia a battere le mani, gattona, ha messo i dentini, sta in piedi qualche secondo in più... Sarò invece al lavoro tutto il giorno pensando che non vedo l'ora che finisce l'orario di lavoro per tornare a riabbracciare ciò che ho di più importante nella mia vita.... spero solo che mio figlio sia più maturo di me (o forse rassegnato) che magari ricorrerò al Prozac e fingerò di salutarlo col sorriso ma mi sentirò morire dentro. Beati gli scimpanzè che non sono costretti ad intrattenere inutili conversazioni, non devono depilarsi, non vanno mai dal dentista ma stanno tutto il tempo con i loro figli.
 

E noi siamo la razza "superiore"?